“Anno milleno, centeno ter sociato deno, fundare templum coepere Magistri”

(I maestri cominciarono a fondare questo tempio nell’anno millesimo centesimo tre volte congiunto al decimo).

Questa iscrizione in latino si trova incisa nella torre campanaria a sinistra della chiesa annessa al monastero di Santa Chiara.

Sancia d’Aragona, figlia di Giacomo, re di Maiorca, seconda moglie di Roberto d’Angiò, re di Sicilia, fu la fondatrice del monastero delle Clarisse alle spalle della basilica di Santa Chiara, infatti, sotto la sua direzione, nel 1310, iniziarono i lavori di costruzione di tutto il complesso, ma la chiesa sarà aperta al culto solo nel 1340.

Il convento dei frati minori e il monastero delle Clarisse vennero edificati l’uno accanto all’altro, tuttavia date le vaste proporzioni dell’edificio, la fabbrica del Monastero di Santa Chiara si protrasse per alcuni anni prima che le monache potessero stabilirvisi. 

Il monastero fu poi distrutto dal terremoto del 1298 e fu ricostruito dalla regina di Napoli Maria d’Ungheria moglie di Carlo II d’Angiò, madre del francescano Vescovo di Tolosa, Ludovico d’Angiò e, canonizzato nel 1317.

Non si conoscono i motivi per cui Sancia, che aveva ottenuto, nel 1311, da Clemente V il permesso di fondare un monastero di Clarisse in un luogo da lei scelto nel regno di Sicilia, attese alcuni anni prima di realizzare il suo desiderio. Certo dovette influire la sede Vacante, che durò a lungo e si concluse, il 7 agosto 1316, con l’elezione di Giovanni XXII.

Per quanto non vi sia alcun dubbio sull’interesse di Sancia di Maiorca per l’edificazione del Monastero di Santa Chiara in Napoli, tanto da considerarla “opera sua”, tuttavia va ricordato come il suo regale consorte, Roberto d’Angiò, non sia stato estraneo a tale opera, ritenuta, infatti, “opera comune”. A riguardo il teologo e storico francescano Luca Wadding, a proposito di re Roberto scrive “alcune volte, insieme con la consorte Sancia, si recò nel magnifico Monastero di Santa Chiara da loro fondato”.

Roberto d’Angiò e Sancia di Maiorca amarono San Francesco e i suoi seguaci tanto che la pia regina, dopo aver edificato il monastero di santa Chiara, compì altre opere, fondando a Napoli una casa per le peccatrici penitenti, intitolata a santa Maria Maddalena, e poi un’altra intitolata a Santa Maria Egiziaca, affidate entrambe alle cure dei Frati Minori. Inoltre, fondò il Monastero di Santa Croce di Gerusalemme e il Convento della SS. Trinità per i Frati Minori.

Alla morte di Roberto d’Angiò, Sancia di Maiorca attuò il suo desiderio di diventare Clarissa, con il nome di Chiara della Santa Croce.

Il nome dell’architetto che progettò il Monastero delle Clarisse ci è sconosciuto. Le notizie sono alquanto incerte. Lo storico De Rinaldis afferma che non è possibile stabilire una netta distinzione fra l’opera di colui che progettò e diresse i lavori della basilica di Santa Chiara e dell’annesso convento dei Frati Minori e quella di colui che fece altrettanto per il Monastero delle Clarisse.

A metà del ‘600, nel Monastero ebbero luogo cambiamenti. Furono costruite le celle monastiche, trasformando i dormitori da corpo unico a corpo triplo. Anche all’esterno vi furono parecchie alterazioni, con la creazione delle sottostanze per la servitù. All’interno del chiostro fu adattata la Sala Capitolare a cimitero per le Clarisse e fu creata la Scala Santa. Anche il locale delle cappe e il chiostrino trecentesco, addossati al refettorio, subirono trasformazioni. Oltre a questi lavori che interessavano l’architettura del monastero, ne furono compiuti altri riguardanti i dipinti delle pareti del chiostro. Il Giudizio Universale, situato sulla parete di fronte all’ingresso dell’oratorio, di recente restauro, deve risalire a quel tempo.

Ad oggi la chiesa si presenta nelle originarie forme gotiche provenzali. La facciata larga a cuspide contiene l’antico rosone traforato, restaurato nel dopoguerra, con il pronao degli archi a sesto acuto. All’interno vi è un’unica navata con dieci cappelle per lato. Le tombe monumentali della famiglia reale angioina sono una testimonianza della scultura medievale partenopea. Al centro del presbiterio troviamo la tomba di Roberto d’Angiò realizzata dai fratelli Bertini, uno dei più grandi monumenti funebri in stile gotico della città, sul lato destro le due tombe di Carlo di Calabria e Maria di Valois ad opera del maestro Tino di Camaino, mentre sul sinistro la Maria di Durazzo, realizzata da uno scultore anonimo. Nell’ultima cappella sulla destra si trovano le spoglie dei Borbone.

Trattandosi di un complesso monastico soggetto a rigida clausura, il monastero di Santa Chiara non fu accessibile, se non in circostanze particolari, per molti secoli. Per conoscere notizie dettagliate sul monastero, bisogna giungere a metà del Settecento, quando Domenico Antonio Vaccaro per tre anni, tra il 1739 e il 1742, vi lavorò, rilasciando poi una relazione all’ex abbadessa, Suor Ippolita Carmignano, che gli aveva commissionato i lavori. Da questa relazione sappiamo come si presentava il monastero prima degli interventi del Vaccaro e anche le modifiche che subì dall’architetto che con la sua opera vi introdusse cambiamenti in stile barocco.

Le modifiche più rilevanti del Vaccaro riguardarono il chiostro. Infatti, rimase la struttura trecentesca ma il giardino venne completamente modificato. Furono realizzati due viali che, incrociandosi, dividono il giardino in quattro settori. Pilastri a pianta ottagonale rivestiti da maioliche raffigurati festoni vegetali, fiancheggiano i viali. I pilastri sono collegati da sedili, anch’essi maiolicati che raffigurano scene di vita quotidiana dell’epoca. Le pareti del chiostro furono affrescate nella prima metà del sec. XVII con figure di Santi, allegorie e scene dell’Antico testamento.

Il 4 agosto 1943 la chiesa venne quasi del tutto distrutta a causa di un bombardamento aereo. Fu poi ricostruita, ripristinando l’originario stile gotico sotto la direzione dell’architetto Mario Zampino e nel 1953 fu riaperta al culto.

Oggi il complesso monumentale di Santa Chiara è la più grande basilica gotico-angioina della città, caratterizzata da un monastero che comprende quattro chiostri monumentali, uno stabilimento termale romano del I secolo, diverse altre sale nelle quali è ospitato l’omonimo Museo che conserva reperti sopravvissuti al bombardamento del 1943, e un tradizionale presepe con pastori del Settecento e dell’Ottocento.

Non resta che venire a Napoli a visitare questa meraviglia!

 Giulietta D’Alessio

Per approfondire:

Sito ufficiale del Complesso Monumentale di S. Chiara

Gaudenzio Dell’Aja, Per la storia del monastero di Santa Chiara in Napoli, Giannini editore, Napoli, 1992

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Written by : Redazione

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