La recente uscita (2019) della serie-documentario Netflix di produzione turca L’impero ottomano ha rinnovato l’attenzione del grande pubblico nei confronti di uno degli eventi più affascinanti e al contempo drammatici della storia d’Europa: l’assedio di Costantinopoli del 1453 e la conseguente caduta (o conquista: dipende, ça va sans dire, dai punti di vista) della città sotto il dominio ottomano. Bisogna sicuramente ricordare che per i turchi i fatti del 29 maggio 1453 rappresentano un mito dalla valenza politica potentissima che, proprio in questi ultimi anni, mentre la Turchia sembra smarrire sempre di più la sua moderna matrice laica, sta tornando a essere profondamente incisivo. Quello del 2019, in effetti, non è il primo tentativo di fornire una rappresentazione all’evento che rese il sultanato ottomano un vero e proprio impero, ma, al contrario dei precedenti (su tutti Fetih 1453, film d’azione sul tema, del 2012) risulta essere il primo prodotto turco privo di un’insistente patina propagandistica e che abbraccia con maggior rigore le fonti, servendosi della consulenza di esperti di fama internazionale (tra cui Marios Philippides e Roger Crowley). Al netto di qualche parte un po’ troppo romanzata, di altre oltremodo lente, e di un uso alle volte poco critico delle molte testimonianze sull’assedio che sono giunte alla contemporaneità, L’impero ottomano risulta essere un buon prodotto, capace di attrarre e incuriosire il grande pubblico mostrando con precisione le varie fasi di un assedio non lungo (meno di due mesi: 4 aprile – 29 maggio) ma estremamente logorante.

Ma per quale motivo Costantinopoli, la regina delle città, la nuova Roma che aveva resistito per un millennio ad attacchi e incursioni, di fronte alle mura della quale capi barbari, generali, sultani e califfi si erano ritirati, rovinò in così poco tempo sotto l’impeto dell’esercito di Maometto II? Le spiegazioni sono molteplici e afferiscono ad ambiti diversi. Anzitutto, Costantinopoli non era più la metropoli florida di qualche secolo prima e, a seguito delle guerre civili trecentesche e dell’avanzata turca, si era tendenzialmente spopolata, impoverita e ritrovata accerchiata dai nemici da decenni. La milizia cittadina era di conseguenza piuttosto scarna, insufficiente a difendere una città di grandi dimensioni. A Costantinopoli, tuttavia, non vivevano soltanto Greci, ma anche gruppi di Veneziani, Genovesi, Fiorentini che avevano tutto l’interesse a difendere la città e che, sia pur poco coesi (in particolare Genovesi e Veneziani cercarono, prima, durante e dopo l’assedio, di gettare discredito e colpe gli uni sugli altri), combatterono strenuamente. La speranza di Costantino XI, il basileus che si trovò a fronteggiare l’assedio di Maometto II, era che le città italiane, coordinate dal pontefice Niccolò V, potessero intervenire con una spedizione crociata e salvare i Greci, fosse anche più per ragioni di profitto che per solidarietà cristiana.

Tuttavia, nessuna potenza si mosse in tempo e anche qui le ragioni sono diverse: in primis il timore di ritorsioni da parte turca; il terrore che la missione potesse finire male come quelle di Varna (1444) e di Nicopoli (1396); la rapidità con cui Maometto espugnò una città fino a quel momento mai conquistata da stranieri con le armi (il saccheggio del 1204 ad opera dei crociati seguì dinamiche molto diverse da quelle del tradizionale assedio). Era, come detto, da molti anni che Costantinopoli si ritrovava accerchiata dai nemici, ma nessuno si aspettava che Maometto II potesse colpire fatalmente in così breve tempo. L’unica potenza che, anche da sola, avrebbe davvero potuto salvare Costantinopoli con la sua flotta era Venezia. Ma la Serenissima non voleva correre rischi e la squadra inviata in extremis in Oriente aveva non tanto il compito di difendere Bisanzio, quanto più quello di creare un tavolo di trattative tra l’imperatore e il sultano per porre fine alle ostilità. Il mandato agli ambasciatori era chiaro: qualora non fossero arrivati in tempo per salvare la città (come in effetti accadde) essi avrebbero dovuto negoziare subito col sultano un trattato per il mantenimento dello status quo commerciale della Serenissima in Oriente.

E il papa? Niccolò V aveva in più occasioni dichiarato che ogni intervento militare sarebbe stato subordinato all’effettiva conversione dei Greci all’obbedienza religiosa romana, come stabilito dal Concilio di Ferrara-Firenze del 1439. L’unico aiuto che aveva prestato, nel 1452, era stato di carattere spirituale: si trattava di Isidoro di Kiev, uno dei due greci convertiti (l’altro era Bessarione) e creati cardinali da Eugenio IV. Il prelato, che era uomo piuttosto pratico e abituato a operare in situazioni estreme, aveva portato con sé a Costantinopoli, a titolo personale, circa 200 “scopettieri e balestrieri”, reclutati nelle tappe del viaggio, presentando astutamente il piccolo contingente come l’avanguardia di un presunto esercito papale in arrivo. L’obiettivo era semplice: persuadere i Greci ancora incerti della necessità dell’unione con Roma, caldeggiata anche dalla corte imperiale, così da indurre veramente il pontefice a muovere un’armata verso Costantinopoli, ma il risultato, malgrado promesse formali, non fu quello auspicato. L’altro aiuto giunse da un condottiero genovese, Giovanni Giustiniani Longo, che accettò, non sappiamo precisamente per quale motivo (forse in cambio di alcuni territori), di difendere Costantinopoli con i suoi uomini (400 secondo Leonardo di Chio, 700 secondo Niccolò Barbaro). Il totale dei difensori di Costantinopoli oscilla tra i 5000 proposti da Giorgio Sfranze e i 9000 contati da Leonardo di Chio, mentre la marea di attaccanti (composta, probabilmente, da una minoranza di soldati professionisti e moltissimi volontari) si attesta su cifre difficili da determinare, che vanno dalle 160.000 unità di cui scrive Barbaro (il dato, si presume, più vicino alla realtà) alle iperboliche 700.000 che vagheggia Abraham di Ankara.

Parlare di uomini in campo, tuttavia, perde, parzialmente, di senso di fronte a quella che fu la protagonista dell’assedio e che consentì a Maometto II di riuscire dove gli altri avevano fallito: la bombarda. Mi riferisco chiaramente non ai pezzi d’artiglieria piccoli, che poco potevano contro le robuste mura teodosiane di Costantinopoli, ma alle tre bombarde giganti posizionate (se non tutte almeno una di esse) davanti Porta San Romano che sbriciolarono le fortificazioni della città in poche settimane. Era un modo di attaccare che i difensori non si aspettavano: le mura di Costantinopoli avevano il loro punto debole sul lato aperto al mare, facilmente difendibile però grazie alla grossa catena che sbarrava l’accesso al Corno d’Oro alle navi nemiche, mentre si presentavano come impenetrabili con la loro doppia cinta sui lati terrestri. Maometto puntò proprio su questo tratto maggiormente fortificato la propria artiglieria, per aprire varchi plurimi, mentre con un colpo di scena davvero mirabile diede ordine di far scivolare 72 navi giù dalla collina di Galata verso l’interno del Corno d’Oro, aggirando la catena e preparandosi a un attacco su due fronti.

I giorni prima dell’assalto finale, lanciato il 29 maggio, furono particolarmente delicati per ambo le parti. I difensori organizzarono una processione con l’icona della Vergine per scongiurare una fine ormai prossima, mentre Maometto II prescrisse un digiuno di tre giorni, promettendone poi altrettanti di razzie in città. Il piano prevedeva un’offensiva su diversi fronti: Saghanos Paša avrebbe attaccato la Porta Basilica e le mura marittime, gli altri generali le mura terrestri, oramai quasi completamente sbrecciate in punti strategici. Il grosso dei due eserciti si sarebbe affrontato presso Porta San Romano.

Il resto è noto: l’esercito turco penetrò in città alle prime luci dell’alba, cominciando un brutale saccheggio di cui ci riferisce Isidoro di Kiev. Di Costantino XI non si ebbero più notizie e si presume che egli, ultimo imperatore di Bisanzio, sia morto nella calca di San Romano; Giovanni Giustiniani fu ferito e venne trasportato dai suoi a Chio, dove si spense qualche mese dopo; Isidoro di Kiev, colpito da una freccia alla testa e scambiato per un prigioniero comune, fu venduto come schiavo, riuscì a fuggire rocambolescamente e a raggiungere Candia, da dove scrisse lettere alla cristianità per raccontare quanto accaduto a Costantinopoli. Maometto II decise di recidere immediatamente ogni legame dei Greci con Roma dichiarando non valida l’Unione e proclamando patriarca di Costantinopoli l’acerrimo rivale di Isidoro, Gennadio Scolario. Il sultano fece inoltre mettere a morte i dignitari di corte greci e latini che non erano riusciti a scappare: così il bailo veneziano Girolamo Minotto e il console catalano (probabilmente Joan de la Via e non Pere Julià come a lungo sostenuto), vennero fatti uccidere per la loro fedeltà a Costantino XI e poco dopo fu il turno di Luca Notara. Essi erano tra i tantissimi che non avevano raggiunto in tempo l’unico mezzo di salvezza, le navi, partite stracolme verso porti sicuri lasciando alla ferocia turca una fiumana di disperati sulle banchine.

Con questa scena si concluse la millenaria storia dell’Impero Romano. Bisanzio avrebbe, tuttavia, continuato a vivere a lungo nei racconti, nelle leggende e nelle testimonianze che i sopravvissuti a quel 29 maggio 1453 portarono in giro per il mondo e consegnarono alla posterità. Ma questa è un’altra storia.

 

Andrea Raffaele Aquino

 

Per approfondire:

CROWLEY ROGER, 1453: la caduta di Costantinopoli, Mondadori, Milano 2011.

 

HALDON JONATHAN, NICOLLE DAVID, La caduta di Costantinopoli 1453, LEG Edizioni, Gorizia 2015.

 

HARRIS JONATHAN, La fine di Bisanzio, Il Mulino, Bologna 2013.

 

PERTUSI AGOSTINO (a cura di), La caduta di Costantinopoli, 2 voll: 1. Le testimonianze dei contemporanei; 2. L’eco nel mondo, Lorenzo Valla, Milano 1976.

PHILIPPIDES MARIOS, HANAK WALTER K., The Siege and the Fall of Constantinople in 1453. Historiography, Topography and Military Studies, Ashgate, Farnham – Burlington 2011.

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Written by : Redazione

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