È il 1968, in Italia e nel mondo è l’anno delle rivolte studentesche, un anno tremendo per la guerra del Vietnam, l’anno dell’assassinio di Martin Luther King. Ma è anche l’anno di uscita dell’album di De’ André Tutti morimmo a stento, il suo primo concept album: non una semplice raccolta di canzoni, bensì una serie di brani che hanno tutti lo stesso tema, ossia, in questo caso, la morte. La morte non in senso fisico ma psicologico, una raccolta di canzoni dedicate ai drogati, alle prostitute… a chi si è perso. Ma tutto questo cosa ha a che fare con il Medioevo?
Il pezzo La ballata degli impiccati, contenuta in questo album, trae ispirazione dalla Ballade des pendus scritta da un poeta medievale: Fraçois Villon. Costui ha avuto una vita sicuramente avventurosa, ha oltrepassato più volte i confini della legalità e perciò è stato visto come un poeta maledetto ante litteram. Villon nasce a Parigi nel 1431, il cognome lo prese da un ecclesiastico che se ne occupò una volta rimasto orfano del padre. Fra il 1449 e il 1452 studia all’università di Parigi, ma non ci è dato sapere se la sua vita ai margini della società iniziò in questo periodo. Nel 1455 avvenne l’episodio che decretò la svolta: durante una rissa, le cui cause ci sono sconosciute, uccise un prete. Da qui in poi la sua esistenza fu un susseguirsi di entrate e uscite dalle prigioni di mezza Francia, senza dimenticare che però fu anche poeta alla corte del duca di Orléans, Carlo. Nel 1462 venne nuovamente imprigionato e condannato a morte, ma la pena fu commutata l’anno dopo nel bando per dieci anni dal territorio di Parigi. Dopo questa data non si sa più nulla di lui.
La prima edizione a stampa delle sue opere fu nel 1489. Suo capolavoro è il Testament, un poema cominciato nel 1461 che è una sorta di testamento scritto in chiave burlesca in cui l’autore elenca i suoi beni, i suoi amici e i suoi nemici, un’esposizione dei suoi misfatti e la nostalgia dei tempi andati (qua s’inserisce un’altra delle sue più famose ballate, la Ballade des dames du temps jadis).
La composizione della Ballade des pendus, la Ballata degli impiccati, viene fatta risalire al 1462 o 1463 proprio mentre Villon sarebbe stato in procinto di essere impiccato, ma non si ha alcuna prova in merito. La ballata è un appello alla carità cristiana: gli uomini appesi alle forche hanno sbagliato in vita ma non per questo i vivi non debbono pregare Dio per l’anima di questi sventurati, i giusti e i disonesti sono tutti fratelli e proprio per questo i primi non devono avercela con i secondi. Il quadro descritto è molto crudo: «La pioggia ci ha bagnati e dilavati/e il sole disseccati e anneriti./Gazze e corvi gli occhi ci han cavati/e strappato la barba e i sopraccigli». Nella canzone di De André viene mantenuto questo aspetto crudo, ma sparisce ogni sentimento di carità. Gli impiccati non chiedono la remissione dei peccati ma dicono: «Coltiviamo per tutti un rancore/che ha l’odore del sangue rappreso/ciò che allora chiamammo dolore/è soltanto un discorso sospeso». La figura di Villon che arriva al cantautore genovese è quella distorta dalla percezione che ne hanno avuto soprattutto i poeti maledetti: Baudelaire, Rimbaud assurgono il poeta francese a loro antenato. De André, influenzato non solo da questi poeti del XIX secolo ma anche dagli avvenimenti del suo tempo, dagli sconvolgimenti sociali, interpreta e attualizza il testo di Villon. Entrambi gli artisti sono legati al loro tempo, ma mentre per De André non è giustizia quella che condanna a morte le persone, Villon non si schiera in questo senso e l’intento della sua ballata è quello di encomiare la carità, virtù assai apprezzata nel Medioevo.
Detto ciò, non mi resta che augurarvi buon ascolto!
Giulia Panzanelli
Per approfondire:
GUASTELLA GIANNI; PIRILLO PAOLO, (a cura di) Menestrelli e Giullari: il Medioevo di Fabrizio De André e l’immaginario medievale nel Novecento italiano, Edifir, Firenze 2012.
PISTARINI WALTER, Fabrizio De André. Il libro del mondo. La storia dietro le canzoni, Giunti Editore, Firenze 2010.
VILLON FRANÇOIS, Il testamento e altre poesie, a cura di Aurelio Principato, Einaudi, Torino 2015.