Sapere cosa accadrà in futuro quindi saper padroneggiare l’arte della preveggenza è un’abilità che molti di noi desiderano e spesso si affidano a persone che hanno (o dicono di avere) questo dono. Saper fare previsioni sul futuro è molto utile, è considerato un dono divino da molte religioni e nel Medioevo troviamo vari testi che tentano di fare ciò.

In questo articolo vi parlerò di un testo in particolare molto conosciuto fino al XVII secolo e oggi noto solo agli specialisti: Vaticinia de Summis Pontificibus.

Attribuito a Gioacchino da Fiore, uno dei profeti più noti del Medioevo, questo testo contiene un numero variabile di profezie, secondo l’edizione – solitamente sono 30 -, sui pontefici. I testi sono brevi e in quasi tutte le edizioni sono accompagnati da immagini che fungono da supporto nell’interpretazione del testo. 

Questo libro presenta numerosi problemi per gli storici, gli storici dell’arte, per i paleografi e per i codicologi, insomma per tutti! 

Innanzitutto, non si sa chi l’abbia scritto perché si è certi che non sia stato Gioacchino da Fiore (torneremo più avanti su questo punto), l’interpretazione delle immagini è molto difficile non avendo noi gli stessi riferimenti culturali dei “medievali” e di conseguenza comprendere fino in fondo il perché della creazione di questo testo, capire quali siano gli esemplari manoscritti più antichi e la loro correlazione. Questi sono solo alcuni dei problemi, e questo articolo vuole proporre delle ipotesi che provano a rispondere a queste domande!

Iniziamo con le origini dei Vaticinia de Summis Pontificibus. Il testo non è altro che il frutto della fusione di due testi antecedenti: Genus nequam e Ascende calve, entrambi contenenti profezie su pontefici. 

Il più antico è il Genus nequam (Il principio dei mali), probabilmente derivato dalla rielaborazione di un altro libro di profezie illustrate di origine bizantina, attribuito all’imperatore Leone il Saggio (886-912) ma che verosimilmente fu scritto nel XII secolo. La raccolta Genus nequam è stata verosimilmente composta negli anni ‘80 del Duecento negli ambienti filo-angioini di parte guelfa all’interno della Curia romana, insomma da qualcuno della fazione avversa al pontefice Niccolò III. Questa prima raccolta ebbe grande diffusione ed è citata anche in altri testi profetici e alcuni studiosi ne trovano traccia anche nella Divina Commedia. I vari esemplari giunti fino a noi non presentano caratteristiche omogenee, il numero di profezie è variabile così come l’iconografia dei papi che a volte non sembrano neanche esserlo. 

La seconda raccolta, Ascende calve (Vieni su, calvo) ha posto più problemi agli storici. La tesi più accreditata colloca la sua creazione negli ambienti ghibellini del Nord Italia alla metà del XIV secolo, con l’intento di attuare un’opera di screditamento della corte papale avignonese. La raccolta si conclude con l’immagine di una bestia orrenda che a seguito dello Scisma d’Occidente (1378) fu interpretata come l’Anticristo, ciò decretò la sua fortuna ma anche la sua scarsa diffusione visto che non conteneva profezie su come si sarebbe risolto lo scisma. 

Non è chiaro quando queste due raccolte di profezie, nate in contesti diversi e con scopi differenti, siano state riunite e perché. Ancora una volta bisogna affidarsi a delle ipotesi. 

Quasi tutti gli studiosi sono concordi nel datare la prima di queste raccolte agli anni del Concilio di Costanza (1414-1417) o poco prima con lo scopo di legittimare o il lavoro dei cardinali riuniti o solo quello di una specifica fazione riunita in assemblea, probabilmente quella pisana. La raccolta è composta da numerosi esemplari e non tutti sono una semplice unione dei due testi menzionati prima, molti presentano dettagli in più se non delle nuove profezie corredate da immagini. Come già scritto non sappiamo chi sia l’autore, alcuni esemplari attribuiscono la scrittura dei Vaticinia a Gioacchino da Fiore, altri a lui e ad Anselmo, vescovo di Marsico Nuovo che si pensava avesse ricevuto il dono della preveggenza nel 1278. Considerando che Gioacchino da Fiore era morto da un bel po’ quando iniziarono a circolare le prime copie del Genus Nequam e che la prima volta che compare il nome di Anselmo come coautore del libro è nel 1570, risulta assai improbabile che uno dei due abbia scritto anche solo una di queste profezie. D’altra parte attribuire a Gioacchino da Fiore un qualunque testo profetico è sintomatico della fama di cui godette post mortem e diversi studiosi sostengono che l’Ascende calve sia stato prodotto nell’ambito della corrente francescana degli spirituali che erano molto legati alle tesi di Gioacchino da Fiore.

Ma nel concreto cosa propongono questi testi?

Ciascun foglio comprende un’immagine, che è parte integrante e fondamentale nella costruzione della profezia, quasi sempre il ritratto di un pontefice (identificato negli esemplari più antichi dalla mitra e in quelli più recenti dalla tiara) attorniato o da animali, o da uomini o angeli, o da oggetti simbolici; una didascalia che indica il personaggio cui l’illustrazione si riferisce, riportandone alla volte, il nome di famiglia e quello assunto da papa; un testo oscuro e allusivo sul pontificato del soggetto disegnato e un motto, una frase altrettanto indecifrabile che racchiude il significato di tutta la rappresentazione. La nebulosità del tutto ha premesso che questi libri profetici avessero larga diffusione proprio perché immagini e testo erano facilmente adattabili a contesti diversi, pertanto le stesse immagini possono riferirsi a papi di differenti epoche storiche, è possibile spostare la successione degli stessi per adattarla ai propri scopi e tutto questo rende difficile una ricostruzione organica della storia del testo da parte degli storici. 

Vediamo qualche esempio.

Il primo papa della serie Ascende calve, che, anche se è stata composta dopo la Gens nequam nella raccolta dei Vaticinia viene sempre prima, è generalmente identificato con Niccolò III, per via degli orsi. Questi animali hanno un doppio significato: indicano la famiglia di appartenenza del pontefice che al secolo era conosciuto come Giovanni Gaetano Orsini, sia il nepotismo del papa noto per aver favorito sempre i suoi parenti. In alcuni dei Vaticinia cinquecenteschi questa immagine identifica Sisto V anche lui accusato di nepotismo, a dimostrazione dell’adattabilità del testo secondo i contesti e i tempi. Altra raffigurazione interessante vede un pontefice assorto in preghiera mentre una volpe, da dietro, afferra la tiara, si può intuire facilmente che il pontefice rappresentato sia Celestino V mentre l’animale sarebbe Bonifacio VIII

Come accennato i Vaticinia de Summis Pontificibus ebbero molto successo nel corso dei secoli, oltre alla numerose copie manoscritte troviamo numerosi esemplari a stampa, Venezia fu un centro prolifico ad esempio, ma anche in ambito protestante si trovano diversi esemplari che identificano/inseriscono Lutero come il salvatore del cristianesimo. 

Insomma, i Vaticinia de Summis Pontificibus sono un gruppo di testi interessantissimi dal mio punto di vista proprio perché rispecchiano il pensiero medievale che a noi non risulterà mai completamente comprensibile e per questo affascinante.

 

Giulia Panzanelli

 

Per approfondire:

HÉLÈNE MILLET, Il libro delle immagini dei papi. Storia di un testo profetico medievale, Viella, Roma 2002.

GIAN LUCA POTESTÀ, «L’uomo con la falce e la rosa. Dagli Oracula Leonis ai Vaticinia pontificum della Biblioteca Estense», in G. L. POTESTÀ, Profezie illustrate gioachimite alla corte degli Estensi, Franco Cosimo Panini, Modena 2010.

ROBERTO RUSCONI, «’Ex quodam antiquissimo libello’. La tradizione manoscritta delle profezie nell’Italia tardomedioevale: dalle collezioni profetiche alle prime edizioni a stampa», in W. VERBEKE, D. VERHELST et A. WELKENHUYSEN, The Use and Abuse of Eschatology in the Middle Ages, University Press, Leuven 1988.

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