Tutti abbiamo sentito nominare almeno una volta al liceo il nome di Cecco Angiolieri, ma chi è questo misterioso personaggio passato alla storia per la sua irriverenza?

Cecco Angiolieri nacque a Siena da un’importante famiglia nel 1260 ca. Dalle testimonianze d’archivio risulta che abbia avuto un bel po’ di problemi con la giustizia tra una multa per aver abbandonato il campo di battaglia e un’altra per rissa e che abbia allegramente sperperato il suo patrimonio al punto che i suoi figli rinunciarono all’eredità paterna.

La sua personalità è testimoniata dalle sue opere che si iscrivono all’interno del genere comico. La tradizione manoscritta dei poeti “realisti” toscani, senesi in particolare, è concomitante con quella degli Stilnovisti. La tradizione di Cecco è attestata sul ms Barberiniano lat. 3953 della biblioteca apostolica Vaticana e sull’Escorialense lat. e. III 23 della Real Bibl. di San Lorenzo.

Il Canzoniere di Cecco conta almeno cento sonetti di sicura attribuzione. Le tematiche sono quelle del gioco d’azzardo, piaceri carnali, la tavola, il sesso e il divertimento, mentre i personaggi principali sono la moglie arcigna, l’amante avida e meschina e il padre a cui rivolge violente accuse.

Il mondo poetico di Cecco è il rovescio di quello della tradizione lirica illustre, infatti, ad esempio, tratta spesso il tema economico, escluso dal repertorio della lirica alta.

Questo non significa che il poeta ci presenti un quadro realistico o autobiografico, la sua opera va considerata come una costruzione letteraria e intellettuale, da inserire nel contesto culturale della società dei Comuni. Certamente, il profondo senso di insoddisfazione e angustia attesta un stralcio di realtà storica realmente vissuta. La poesia di Cecco, in ogni caso, dice il filologo Corrado Bologna, trasuda istanze realistiche di trascrizione dell’esperienza esistenziale in formule letterarie. L’immagine è quella del buon borghese municipale calato nel quotidiano confronto con la realtà senza mediazioni o idealità astratte.

Altra caratteristica dell’autore è l’assoluta fedeltà ad un unico registro espressivo, quello comico, scelta probabilmente dettata da ragioni biografiche, tanto da costruire nei suoi testi un vero e proprio alter ego narrativo allo stesso modo in cui aveva fatto Dante.

Il Cecco personaggio sta al Cecco anagrafico quanto il giovane Dante protagonista della Vita nuova a Dante scrittore. Questo parallelo mette a confronto due modelli contrapposti, o meglio, il modello Dante e l’anti modello subordinato di Cecco.

Il paragone con Dante non è casuale. Nel canzoniere di Cecco c’è un chiaro intento parodico della tradizione stilonvistica. Il poeta, infatti, conosce molto bene tutti i moduli, il lessico e le formule della poesia alta e li padroneggia con raffinatezza nel capovolgerli in parodia. 

Anzi, per la sua retorica e bravura, potrebbe fare concorrenza ai migliori poeti stilnovisti, tanto da indurre gli studiosi a smentire l’idea di una fruizione destinata ad un pubblico più ampio o diverso da quello della lirica alta, ipotizzando, piuttosto, una élite borghese cittadina pronta a ridere di se stessa e dei propri vizi. Infatti, a ben vedere, Cecco non sovverte le strutture del sistema cittadino, la sua è una parodia malinconica perché rassegnata, in quanto inserita in un sistema accettato, la sua è una “ribellione innocua”.

Anche il sentimento amoroso è un rovescio di quello stilnovistico e Becchina, la sua amante, viene spesso definita un’anti Beatrice (sul rapporto tra poesia comica e stilnovo clicca qui ).

Ma passiamo ora ad analizzare una delle più famose poesie di Cecco Angiolieri e di tutta la lirica italiana: il sonetto “s’i’ fosse foco, arderei l’mondo”.

 S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo;

       s’i’ fosse vento, lo tempestarei;

       s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;

       s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;

5        s’i’ fosse papa, sere’ allor giocondo,

       ché tutti cristïani imbrigherei

       s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?

       A tutti mozzarei lo capo a tondo.

       S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;

10        s’i’ fosse vita, non starei con lui:

       similemente faria da mi’ madre,

       S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,

       torrei le donne giovani e leggiadre:

       e vecchie e laide lasserei altrui.

 

Parafrasi:

Se fossi il fuoco brucerei il mondo; se fossi vento lo colpirei tempestosamente, se io fossi acqua, io lo annegherei; se io fossi Dio, lo farei sprofondare; se io fossi il papa, allora sarei allegro, perchè metterei nei guai tutti i cristiani; se io fossi imperatore, sai che farei? Taglierei a tutti la testa per intero.Se io fossi la morte, andrei da mio padre; se io fossi la vita, fuggirei da lui: egualmente farei nei confronti di mia madre. Se io fossi Cecco, come io sono e fui, prenderei le donne giovani e  belle: e lascerei agli altri le vecchie e brutte.

L’effetto di comicità è introdotto in particolare dal rapporto tra le prime strofe e l’ultima, che sembra paradossale, ma che, invece, acquista un senso nel momento in cui, non potendo realizzare tutte le assurde ipotesi precedenti, che rimangono un mero gioco letterario, nell’ultima terzina,  immagina il lasciar agli altri solo le “brutte donne” come la vera e unica vendetta realizzabile.

Il sonetto è come un plazer (Genere di componimento proprio della lirica provenzale, imitato anche in Italia da alcuni poeti dei secoli XIII e XIV), consistente in un elenco di situazioni piacevoli o di desiderî al contrario, dal momento che invece di essere elencati i piaceri, sono elencati i dispiaceri. Lo stile si basa tutto sulla variatio, ovvero basato su variazioni retoriche stilistiche e grammaticali, al fine di vivacizzare il testo, caratteristica, questa, di tutti i suoi componimenti, sempre all’interno di uno stile nè aulico, nè umile ma definito, appunto, “mezzano” per la mescolanza di questi due elementi.

Il sonetto è interamente costruito sull’anafora, figura retorica che consiste nel ripetere, in principio di verso o di proposizione, una o più parole con cui ha inizio il verso o la proposizione precedente (in questo caso: S’io fossi ripetuto a inizio verso). Tipicamente medievale, inoltre, è la scelta a costruire coppie contrastanti (fuoco/vento, acqua, papa/imperatore, morte/vita), irriverente, poi, l’evocazione di Dio nella prima quartina.

Concludiamo ricordando le parole del critico Giorgio Petrocchi a proposito dello stile di Cecco: in lui prevalgono “la carica di vitalità, la forza della collera sociale e le alternanze di stati psicologici diversissimi”.

Giulietta d’Alessio

 

Per approfondire:

BOLOGNA CORRADO, Poesia del centro e del Nord, in Storia della letteratura italiana, Vol I, Le origini e il duecento, a cura di Enrico Malato, Salerno editrice, Roma 1995. 

LUPERINI ROMANO,CATALDI PIETRO, MARCHIANI LIDIA, MARCHESE FRANCO, Il nuovo la scrittura e l’interpretazione, volume 1, G. Palumbo editore, Palermo, 2011.

PETROCCHI GIORGIO, I poeti realisti, in SLIG, vol.I, Le origini e il Duecento.

 

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Written by : Redazione

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