
Il Medioevo non è un periodo tranquillo, d’altra parte sono mille anni di storia e di cose ne sono accadute!
Soprattutto il concetto di violenza era totalmente differente, anzi ai nostri occhi certe azioni/reazioni paiono assolutamente eccessive al limite del morboso. Comunque in questo articolo non vi parlerò del concetto di violenza, argomento veramente complesso e nel quale è difficile essere oggettivi, bensì delle rivolte che interessarono l’Europa del XIV secolo, più precisamente nella seconda metà.
Sia chiaro, rivolte urbane e contadine ci sono state per tutto il lungo Medioevo, la scelta di concentrarsi sulla seconda metà del Trecento è dettata dal fatto che è necessario ridurre la vastità dell’argomento per renderlo più fruibile e che le ribellioni avvenute in questo periodo sono tra le più conosciute.
Non disperate vi scriverò anche di altre prossimamente, ma intanto vi fornisco una panoramica di quelle tardo trecentesche!
Perché il Trecento?
Il secolo XIV è un periodo di grandi trasformazioni si divide letteralmente in due: prima della peste e dopo la peste del 1348.
La prima metà del secolo, indicativamente, è caratterizzata da un generale crisi del raccolto con carestie frequenti che non aumentarono i tassi di mortalità europei ma contribuirono a peggiorare le condizioni di vita dei ceti sociali più svantaggiati e quindi il malcontento che spesso sfociò in tumulti.
Poi arrivò la peste.
L’epidemia scosse profondamente l’Europa, i tassi di mortalità aumentarono e la precarietà di alcune fasce della popolazione si allargò. Inoltre, dopo il 1348 la peste divenne endemica sul continente quindi si manifestò a ondate ripetute per tutto il secolo e oltre.
Dopo il 1348
Caliamoci nei panni di un salariato medio-basso europeo (o anche di un contadino) che salvatosi dalla grossa ondata di peste deve “tornare a vivere”. Se abiti in Inghilterra o in Francia ti ritrovi tuo malgrado coinvolto in una guerra, quella dei Cent’anni, che non ti porta alcun beneficio se non un aumento delle tasse che servono a pagare le spese militari. Vivendo in città molte delle materie prime le devi acquistare e queste potrebbero costare di più dato che ci sono meno contadini (molti, appunto, sono deceduti) e ugualmente le carestie non sono del tutto passate anche se in questa metà del secolo si assiste a un aumento delle rese cerealicole dovuto all’innovazione tecnica e a una scelta più consapevole dei campi da coltivare. D’altra parte, essendoci meno forza lavoro, potrai vedere il tuo salario aumentare ma aumentando il costo di tutto il resto te ne fai ben poco.
Inoltre, questo aumento salariale è temporaneo già dagli anni ’60 i salari diminuiscono.
Tensioni sociali
La peste aveva sì portato dei vantaggi agli strati più bassi della popolazione contadina ma a scapito della nobiltà terriera che si era vista privata di forza lavoro e quella rimanente era andata a scegliere luoghi con condizioni di lavoro migliori (come biasimarli). Quindi la piccola nobiltà si ritrova privata di forza lavoro e si rifà aumentando la tassazione sui loro affittuari e di conseguenza aumenta anche il prezzo delle materie prime per chi vive in città. La situazione forse non ci è nuova ma l’aumento dei prezzi è una della prima cause della crescita delle tensioni sociali. Inoltre, come scritto in precedenza, la nobiltà terriera e le città con un contado andarono ad attuare misure che contenessero le richieste dei contadini e non solo: fu definita per legge l’entità dei salari.
Rintracciare tutte la cause di queste rivolte non è affatto semplice: i luoghi in cui scoppiano sono molto vari per conformazione geografica e composizione sociale, le fasce di popolazione coinvolte sono varie, le politiche territoriali sono diverse. Insomma, possono esserci delle motivazioni comuni per tutte le rivolte che vi presenterò ma ognuna di loro ha delle peculiarità che la inseriscono nel suo specifico contesto.
Il quadro generale delle rivolte
Le rivolte contadine e urbane si manifestarono, come già detto, in tutta Europa (sia chiaro per tutto il XIV secolo) a partire dagli anni ’50 e le più famose sono quelle avvenute in: Francia, Inghilterra e Italia. Si tratta di rivolte che coinvolgono centri urbani e contado.
Lo svolgimento, i risultati e le motivazioni sono appunto differenti ma di sicuro sono rivolte che partono dal basso e che hanno come leader persone di basso ceto, raramente ci sono dei religiosi a capo ( e in generale le istanze religiose sono poco presenti), le proteste sono sempre rivolte verso chi detiene il potere: signore locale, governo comunale, re, ecc. La causa comune (e in alcune circostanze anche scatenante) è l’eccessiva stretta delle classi che detenevano le terre nell’arginare le richieste salariali e la pressione fiscale spropositata.
Ma passiamo a qualche esempio.
Francia
Molto famosa è la Jacquerie un rivolta che esplode nel maggio del 1358 e che dura all’incirca tre settimane. Il nome deriva dal soprannome di Guillaume Charles, capo dei rivoltosi, soprannominato appunto Jacques Bonhomme. La rivolta prende avvio dalla regione dell’Île-de-France e si estende rapidamente nelle regioni limitrofe, non vengono risparmiati dalla violenza castelli, nobili ma anche i documenti che dimostravano le condizioni precarie dei contadini ai quali venivano richieste prestazioni gratuite e tasse proibitive.
Il movimento contadino si salda, poco dopo, con quello urbano.
Infatti, il ceto mercantile parigino si muove violentemente per ridurre il potere politico e i privilegi della classe nobiliare per appunto avere più potere decisionale nelle politiche cittadine. Nobiltà e potere regio non si fecero intimorire e di conseguenza la repressione fu veramente violenta sul campo di battaglia di Mello. Contadini e mercanti (anche se in misura minore) furono trucidati dalle truppe nobiliari e i capi puniti in maniera esemplare.
Tra le cause di questa rivolta vi fu l’esasperante pressione fiscale e la devastazione delle terre dovute entrambe alla Guerra dei Cent’anni, inoltre i nobili si rivelarono totalmente incapaci di assolvere al loro compito primario: la difesa in armi del territorio.
Inghilterra
Anche la “perfida Albione” non fu immune alle rivolte.
Il 1381 è un anno caldo, il malcontento era cresciuto a seguito di politiche estremamente sfavorevoli ai contadini e ai salariati di basso ceto. Ad esempio, nel 1351 era stato vietato l’aumento dei salari ma la pressione fiscale andò sempre più crescendo, soprattutto per sostenere la spesa militare causata dalla Guerra dei Cent’anni. Nel 1381 la poll-tax, una tassa fissa per ogni persona di età superiore ai 14 anni, fu triplicata mettendo in difficoltà le classi meno abbienti. Così scoppiò la rivolta il cui esito però fu diverso rispetto alle Jacquerie francesi, infatti re Riccardo II e i nobili cedettero alle richieste dei rivoltosi, fu stabilita un’amnistia e solo chi non si arrese fu trucidato.
I tumulti interessarono non solo le campagne ma anche le città dove però la leadership fu, nella maggior parte dei casi, affidata a persone che avevano già un ruolo all’interno del governo cittadino e dove gli artigiani “minori” chiedevano maggior rappresentanza. Inoltre, le rivolte non si scagliavano contro la monarchia, mentre in Francia non si fecero grossi scrupoli in questo senso, ma si rivolgevano verso i signori locali
e specifici personaggi della corte del giovanissimo Riccardo II (John of Guant fu il bersaglio preferito).
Italia
Un primo movimento rivoltoso, noto come movimento dei Tuchini, lo troviamo nell’attuale Piemonte dove le continue guerre tra i vari poteri signorili nel Canavese generano povertà a causa delle requisizioni di uomini e prodotti e delle devastazioni dei campi, nonché da un’eccessiva pressione fiscale che serviva a finanziare le guerre. Il tumulto arrivò alle porte di Torino, ottenendo discreti successi militari, ma poi si risolse in un nulla di fatto poiché non riuscirono a trarre vantaggio dai risultati iniziali e quindi nel 1387 l’esercito dei Savoia li sconfisse definitivamente.
Il tumulto, però, più famoso dell’Italia del Trecento è quello dei Ciompi avvenuto a Firenze nel 1378. In realtà ci furono diverse “rivolte dei Ciompi”, a partire dagli anni ’70 a Perugia e Siena si registrano tumulti che hanno per protagonisti i lavoratori più umili dell’arte della lana ma quella più nota e meglio documenta è quella fiorentina. Agli inizi di luglio i lavoratori più umili dell’arte della lana ai quali si unirono altre maestranze altrettanto umili insorsero rivendicando il riconoscimento come arte autonoma e di conseguenza la partecipazione al governo cittadino. Dopo gli iniziali successi il movimento si divise e alla fine di agosto iniziò la repressione violenta che portò alla perdita dei diritti guadagnati.
Conclusione
In realtà una vera e propria conclusione non c’è, i tumulti trecenteschi sono tanti e l’intento di questo articolo era proprio quello d’introdurvi l’argomento ma ogni rivolta merita un approfondimento tutto suo. Quello che però possiamo dire è che esistono delle ragioni comuni che travalicano i confini geografici quali l’eccessiva tassazione e la richiesta di essere parte attiva del governo, ragioni che trovarono più o meno riscontro in chi deteneva il potere e anche nella capacità dei movimenti di presentarsi coesi nelle istanze.
Giulia Panzanelli
Per approfondire:
AA. VV., Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento. Un confronto, a cura di Monique Bourin, Giovanni Cherubini, Giuliano Pinto, Firenze University Press, Firenze 2008
PINTO GIULIANO, Le campagne e la “crisi”, in Storia della società italiana, VII, La crisi del sistema comunale, Teti, Milano 1982
RUTENBURG VICTOR, Popolo e movimenti popolari nell’Italia del ‘300 e ‘400, Il Mulino, Bologna 1971
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