Con il Canto I del Paradiso, Dante Alighieri apre la terza e più ardua tappa del suo viaggio oltremondano. Dopo aver attraversato gli abissi infernali e le pendici del Purgatorio, il poeta varca la soglia del Cielo, accompagnato dalla sua gentilissima Beatrice, simbolo della teologia e dell’amore divino. È mercoledì 13 aprile del 1300, è mezzogiorno, e la luce del sole primaverile, cioè quella che più di ogni altra favorisce la vita, diventa emblema della conoscenza e della grazia che lo attendono.
Il canto si apre con un proemio di straordinaria ampiezza: trentasei versi, tre volte più lungo di quello del Purgatorio. La solennità è proporzionata alla materia: Dante si accinge a cantare il “regno santo” che nessun mortale aveva mai descritto prima. Per questo invoca non più solo le Muse, ma Apollo, il dio della luce e del canto, simbolo della inspiratio divina necessaria a esprimere l’inesprimibile (Paradiso I, vv. 1-36):

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu’ io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant’io del regno santo

ne la mia mente potei far tesoro,

sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l’amato alloro.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso

assai mi fu; ma or con amendue

m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue

sì come quando Marsïa traesti

de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti

tanto che l’ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,

vedra’ mi al piè del tuo diletto legno

venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie

per trïunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l’umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta

delfica deïtà dovria la fronda

peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:

forse di retro a me con miglior voci

si pregherà perché Cirra risponda.



Dante sa che la sua impresa non è solo poetica, ma anche teologica: il Paradiso è un’esperienza che supera i limiti dell’intelletto umano e la sua richiesta ad Apollo è dunque una preghiera di umiltà e al tempo stesso un’affermazione di grandezza poetica. Egli è consapevole di scrivere un poema che dovrà unire fede, scienza e poesia come mai nessuno prima di lui. L’immagine di Beatrice che fissa il sole, “come un’aquila”, è una delle più alte del canto. Lo sguardo di Beatrice, volto verso la fonte della luce, diventa invito e modello: Dante la imita, ed ecco che la sua vista si acuisce, segno che anche le sue facoltà umane sono elevate (Paradiso I, vv. 64-69):

 

Beatrice tutta ne l’etterne rote

fissa con li occhi stava; e io in lei

le luci fissi, di là sù rimote.

 

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fé Glauco nel gustar de l’erba

che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.



Nell’Eden, infatti, l’uomo ritrova la sua natura originaria, pura e limpida. La luce cresce intorno a Dante fino a sembrare “un secondo sole”: è il momento della trasumanazione, dell’andare oltre la condizione umana. Per esprimere ciò che non può essere detto, il poeta ricorre al mito di Glauco, il pescatore che, cibatosi d’erbe magiche, divenne una creatura marina: come Glauco, anche Dante sperimenta un mutamento radicale, per cui l’anima e il corpo si sollevano insieme, ma egli stesso non sa se sia ancora in carne o solo spirito. Nel turbine di luce e armonia che lo avvolge, Dante avverte un desiderio intenso di comprendere l’origine di quel suono e di quel moto celeste. Beatrice, che legge nei suoi pensieri, gli spiega che egli non è più sulla Terra: sta salendo verso il Paradiso con una rapidità superiore a quella del fulmine che scende dal cielo. Nasce così un nuovo dubbio: come può un corpo mortale ascendere contro la legge di gravità?


La risposta di Beatrice è una delle più belle sintesi del pensiero medievale sull’ordine dell’Universo. Tutte le creature, spiega, sono disposte in un cosmo ordinato e armonico, dove ogni essere tende naturalmente al proprio fine. Il fuoco sale verso l’alto, la terra si concentra al centro, gli esseri viventi seguono il loro istinto naturale. Ma gli esseri razionali, cioè gli uomini e gli angeli, possiedono anche il libero arbitrio, e possono deviare dal loro moto verso Dio, piegandosi ai beni terreni (Paradiso I, vv. 103-141):

 

Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa simigliante.

Qui veggion l’alte creature l’orma

de l’etterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti

per lo gran mar de l’essere, e ciascuna

con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna;

questi ne’ cor mortali è permotore;

questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore

d’intelligenza quest’arco saetta,

ma quelle c’ hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,

del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto

nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto,

cen porta la virtù di quella corda

che ciò che scocca drizza in segno lieto.

Vero è che, come forma non s’accorda

molte fïate a l’intenzion de l’arte,

perch’a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte

talor la creatura, c’ ha podere

di piegar, così pinta, in altra parte;

e sì come veder si può cadere

foco di nube, sì l’impeto primo

l’atterra torto da falso piacere.

Non dei più ammirar, se bene stimo,

lo tuo salir, se non come d’un rivo

se d’alto monte scende giuso ad imo.

Maraviglia sarebbe in te se, privo

d’impedimento, giù ti fossi assiso,

com’a terra quïete in foco vivo”.



Dante, purificato dal viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, non ha più ostacoli, come il fuoco che naturalmente si innalza, egli si eleva verso l’Empireo, sede di Dio. Il suo moto non è contro natura, ma secondo natura.


Tutto il canto è attraversato dal senso dell’armonia: la luce, la musica, il movimento delle sfere sono espressione visibile e udibile dell’ordine voluto da Dio. La fisica aristotelico-tolemaica, che Dante conosce profondamente, si fonde con la teologia cristiana: il mondo è un sistema perfetto di cause e fini. Così Beatrice, con tono insieme dolce e severo, svolge così il suo nuovo ruolo di maestra teologica: a lei spetta illuminare i dubbi di Dante e, attraverso lui, quelli di ogni uomo che cerca di comprendere il divino.


Dal primo all’ultimo verso, la luce domina la scena del canto. È la luce del sole, della sapienza, dell’amore divino: infatti, guardare il sole con Beatrice significa imparare a guardare Dio. È l’inizio di un viaggio verso la conoscenza suprema, dove l’intelletto umano, pur elevato dalla grazia, dovrà sempre riconoscere i propri limiti. Dante entra così nel regno della luce: un luogo dove la poesia si fa teologia, e la teologia diventa canto. Leggere il Canto I, perciò, ci insegna che la fede e la ragione non si oppongono, ma si completano: la curiosità di Dante è quella di ogni essere umano che cerca un senso all’ordine del mondo: un desiderio che, se orientato verso la luce, diventa slancio verso Dio.

Ecco perché il Paradiso non è solo una visione ultraterrena, ma una lezione di fiducia nell’intelletto umano e nel suo destino: quello di salire, per natura e per grazia, verso la verità.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino

SHARE THIS STORY ANYWHERE

Join the community

Iscriviti alla nostra community ed entra a far parte dei medievaleggianti.

social media

Seguici sui social per rimanere aggiornato su storia, curiosità ed eventi!