L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 Aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 Aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel quinto canto dell’Inferno siamo nelle ultime ore dell’8 Aprile. Siamo al secondo cerchio, controllato da Minosse (personaggio mitologico figlio di Giove e di Europa), re di Creta, giudice in vita e nell’inferno dantesco. Seguendo il suo ruolo ascolta le confessioni dei peccatori, dopo di che avvolge la sua coda intorno al corpo per far capire all’anima la sua collocazione nel Regno del Male (vv. 4-12):

 

“Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.”.

 

In questo luogo sono puniti i lussuriosi, e Dante ascolta continui lamenti e il dolore dei peccatori, che nella vita hanno sottomesso la ragione al desiderio (vv.37-39):

 

“Intesi ch’a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.”.

 

Minosse si accorge della presenza di Dante, vivo fra le anime, e lo avverte di non fidarsi della grandezza dell’ingresso infernale e soprattutto di non fidarsi di Virgilio come guida, essendo anche lui un dannato del Limbo. Il poeta antico, sentitosi toccato nell’orgoglio risponde a Minosse, zittendolo, come fece con Caronte (vv. 21-24):

 

“E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare”.

 

Per la legge del contrappasso, “i peccator carnali” sono travolti dal turbine della bufera infernale che non potrà mai fermarsi, è eterna. Una schiera di anime travolte dalla bufera, incuriosisce Dante, il quale si rivolge a Virgilio per saperne qualcosa di più. Questa volta il Maestro risponde subito al suo discepolo, nominando alcuni lussuriosi morti in maniera violenta (vv. 67-69):

 

“(…) e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch’amor di nostra vita dipartille.”

 

Le anime castigate dalla bufera nell’oscurità sono soprattutto donne, che nelle storia sono state indicate come dedite alla lussuria e ai piaceri della carne. In questo canto infatti la presenza femminile è intensa, come se l’amore, la passione, il tormento amoroso sia predominante e tipico nella donna. La prima anima nominata da Virgilio è Semiramide, regina che rese lecita la lussuria nel suo regno per non essere accusata di esserne tormentata. A seguire troviamo Didone, regina di Cartagine che si uccise alla partenza del suo Enea. È indicata anche Cleopatra, la “lussuriosa”. Fra i personaggi storici, Virgilio indica anche eroi della mitologia e della letteratura, come Paride, Achille e Tristano. Dante, colpito dalle storie di queste anime si sente smarrito, poiché colpito da una profonda pietà nei loro confronti (vv. 70-72):

 

“Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito

nomar le donne antiche e ’ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.”

 

In questo sentimento di tormento e dolore, l’attenzione di Dante è colpita da due dannati che sono sospinti insieme nella schiera, e sembrano muoversi così leggeri, come se la dannazione di quel luogo non li colpisse. Virgilio non nega a Dante la possibilità di parlare con i due amanti e lo consiglia di attendere il giusto momento per rivolgersi a loro. I due dannati sono paragonati a due colombe, simbolo della dolcezza e della fragilità di due anime che si muovono insieme verso lo stesso destino (vv. 80-87):

 

“O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.

Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.”

 

Dal momento che i due amanti si avvicinano a Dante e inizia il dialogo fra loro, il pathos colpisce il lettore per tutto il canto, fino alla fine. Dante si rivolge ai due dannati e sarà la donna della coppia, Francesca da Rimini, a raccontare l’amore con il cognato Paolo Malatesta, condannato con lei fra i lussuriosi per l’eternità (vv. 100-107): 

 

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

 prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense”.

 

L’anafora, cioè la ripetizione della stessa parola (in questo caso “Amor”) a inizio verso, è chiaramente di stampo stilnovistico. Il dolce stilnovo è la corrente letteraria che cantava della dolcezza dell’amore e che Dante utilizzò nei suoi versi giovanili dedicati alla “gentilissima” Beatrice (Vita Nova) . Dante è turbato e colpito dalle dolci parole di Francesca, ma desidera comunque scoprire come e quando nacque l’amore dei due amanti. La donna decide di ricordare quel momento felice e regala a Dante (e ai lettori) la storia della loro passione, nata tramite un’altra storia d’amore per eccellenza, quella di Lancillotto e di Ginevra (vv. 127-138):

 

“Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso 

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.”

Mentre Francesca racconta la loro storia, Paolo piange in silenzio. Proprio le sue lacrime, forse, insieme alle parole della donna fanno venire meno Dante, che sviene ormai travolto dalla pietà verso quell’amore. Una passione che nella vita terrena divenne un amore perduto, poiché non vissuto, mentre nella dannazione dell’Inferno è stato reso eterno (vv. 139- 142): 

 

“Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.”

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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