Nel canto undici del Purgatorio ci troviamo nella prima cornice: qui sono condannati i superbi che camminano lentamente portando pesanti macigni che li inducono a tenere il capo chino. Per la legge del contrappasso subiscono questa pena perché, come in vita hanno rivolto il capo altezzosamente verso l’alto, motivati da una considerazione di sé troppo elevata, ora sono costretti a rivolgere lo sguardo a terra gravati da un peso opprimente. 

In apertura di canto c’è una tipica atmosfera purgatoriale, evocata dalla recitazione corale di una preghiera, un momento liturgico di pacata orazione collettiva che sembra risuonare nella grande cattedrale gotica a cui assomiglia il Purgatorio. La preghiera recitata dai superbi è il Padre Nostro dettato direttamente da Cristo e non casualmente messo in bocca a tale tipo di peccatori:

 

“O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore

da ogne creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro”.

(vv.1-24)

 

La preghiera recitata non è la versione originale bensì è parafrasata e ampliata. La rivisitazione dantesca di questa preghiera risulta ricca di umiltà e di un sincero abbandono alla misericordia divina, alla quale l’animo ormai contrito dei superbi si affida nel duplice piegamento fisico e spirituale. La voce narrante sottolinea il procedere gravoso delle anime e si appresta a commentare una chiosa che serve a chiarire al lettore l’identità dell’emittente che ha parlato fino a quel momento:

 

Così a sé e noi buona ramogna

quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo,

simile a quel che talvolta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei c’ hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.

(vv.25-36)

 

Successivamente Virgilio servendosi della consueta captatio benevolentiae, si rivolge alla schiera dei penitenti e chiede indicazioni per salire più velocemente: la metafora del volo stimola la sensibilità di quegli spiriti: Virgilio lancia infatti l’augurio che la giustizia e misericordia di Dio possano al più presto farli volare in cielo, ma prima allude alla deposizione del masso che li opprime, poi evoca l’immagine del volo liberatorio, quasi potessero diventare delle creature angeliche. La captatio di questo canto è particolarmente accattivante e adatta ad avere in cambio la preziosa informazione. La richiesta è motivata anche dalla particolare condizione di Dante appesantito dalla carne d’Adamo e in ciò avvicinato in qualche modo alla condizione dei superbi per l’impaccio nel muoversi. La risposta è prima anonima, secondo la consueta regola della coralità che vige in questo Regno; ma poi alcuni di loro si distinguono un poco dal gruppo.Un’anima, infatti, fornisce l’indicazione richiesta e poi continua a parlare virgola manifestando il desiderio di conoscere l’identità di Dante:

 

ma fu detto: “A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.

(vv.50-51)

 

L’anima prosegue con delle affermazioni che apparentemente denotano una certa vanagloria:

 

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

(vv.58-60)

 

Si tratta di Omberto Aldobrandeschi, figlio di Guglielmo Aldobrandeschi. La retta condotta di suo padre e la nobiltà della sua famiglia lo resero superbo e, per via di questa arroganza, venne ucciso nel castello di Campagnatico. Una seconda anima si rivolge a Dante: si tratta di Oderisi da Gubbio, maestro dell’arte della miniatura. Questi si fa portavoce di un lungo monologo, nel quale mostra quanto effimera sia la fama terrena: il suo primato è passato a Franco Bolognese, i cui codici sono più apprezzati; allo stesso modo Cimabue è stato superato da Giotto, e Guido Guinizzelli da Guido Cavalcanti, ma forse è già nato un poeta che riuscirà a surclassare entrambi:

 

Ascoltando chinai in giù la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li ’mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.

“Oh!”, diss’io lui, “non se’ tu Oderisi,

l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

ch’alluminar chiamata è in Parisi?”.

(vv. 73-81)

 

Per confermare la propria tesi, Oderisi indica a Dante un’altra anima superba: si tratta di Provenzan Salvani, un tempo noto in tutta la Toscana per aver sconfitto Firenze nella battaglia di Montaperti e ora a malapena ricordato. Dante rimane sorpreso: non comprende perché Provenzan Salvani si trovi nella prima cornice e non nell’Antipurgatorio, dove vi sono le anime pentitesi in punto di morte:

 

E io: “Se quello spirito ch’attende,

pria che si penta, l’orlo de la vita,

qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazïon lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?”.

(vv. 127-132)

 

Oderisi gli spiega che, nel momento in cui era all’apice della propria potenza, Provenzano compì un gesto di profonda umiltà, chiedendo pubblicamente l’elemosina per liberare un suo amico in carcere. Non aggiunge altro: le sue parole sono oscure, ma Dante comprenderà grazie ai suoi concittadini l’umiliazione provata da Provenzan Salvani.   

 

“Quando vivea più glorïoso”, disse,

“liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s’affisse;

e lì, per trar l’amico suo di pena,

ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini

faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini”.

(vv. 133-142)

 

Il canto si chiude con Oderisi che si rivolge inaspettatamente a Dante con un’oscura prolessi che allude a una situazione analoga di umiliazione, l’esilio, in cui il poeta fiorentino verrà a trovarsi. Solo allora quest’ultimo comprenderà appieno il senso di quelle parole. In questo modo è avvenuto un processo di progressiva autoidentificazione da parte di Dante-autore nei tre personaggi menzionati nel canto, dai quali il poeta, sentimentalmente coinvolto, può trovare anche un motivo di consolazione e di speranza per il proprio destino.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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