
Siamo nel Quinto Cielo del Paradiso, il Cielo di Marte, dove risplendono le anime dei combattenti per la fede: spiriti che hanno testimoniato con le armi e con il sacrificio il loro amore per Dio e per la giustizia. È qui che Dante colloca uno degli episodi più alti e commoventi di tutta la Commedia: l’apparizione di Cacciaguida, l’antenato del poeta, che lo accoglie con l’affetto di un avo e la solennità di un maestro spirituale.
Il Canto XV si apre in un clima di armonia celeste. Le anime dei beati, disposte in forma di croce, interrompono il loro canto per permettere a Dante di parlare: un silenzio carico d’amore, come quello di una lira celeste che la mano divina ha smesso di suonare per dare voce al desiderio del poeta. È un’immagine di straordinaria dolcezza: il silenzio non è mancanza, ma pienezza di ascolto. Dante si chiede come sia possibile che le anime beate, perfette nella carità, possano essere “sorde” alle preghiere dei mortali: ma capisce subito che quel tacere è un atto di volontà buona, di amore attivo che si manifesta nel lasciar spazio alla parola. All’improvviso, una luce si muove lungo il braccio destro della croce, simile a una stella cadente che attraversa il cielo limpido.
È Cacciaguida, che si avvicina al suo discendente come Anchise accoglie Enea nei Campi Elisi. Il paragone non è casuale: come Enea riceve dal padre la missione di fondare Roma, così Dante riceverà dal suo avo la missione di raccontare al mondo la visione divina.
Il tono è alto, solenne, intriso di echi classici e biblici. Cacciaguida parla dapprima in latino, la lingua della tradizione e dell’autorità, e benedice Dio per la grazia concessa al suo discendente, al quale “due volte è stata aperta la porta del cielo”: allusione al viaggio di Enea nell’Ade e al rapimento di san Paolo al terzo cielo. Solo a Dante, dunque, dopo loro, è concesso l’ardire di varcare i confini dell’aldilà (Paradiso XV, vv. 25-30):
Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s’accorse.
«O sanguis meus, o superinfusa
gratïa Deï, sicut tibi cui
bis unquam celi ianüa reclusa?».
Cacciaguida invita Dante a parlare, ma il poeta, sapendo che le anime leggono i pensieri nella mente di Dio, non osa chiedere. È Beatrice, con un cenno, a incoraggiarlo. Dante allora domanda il nome del beato che lo accoglie con tanta letizia. La risposta è semplice e grandiosa al tempo stesso (Paradiso XV, vv. 46-48):
la prima cosa che per me s’intese,
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se’ tanto cortese!».
Cacciaguida si presenta come un cittadino dell’antica Firenze, battezzato nel Battistero di San Giovanni e padre di Alighiero I, il bisnonno del poeta. Racconta la propria vita di cavaliere crociato, al seguito dell’imperatore Corrado III nella seconda Crociata, dove trovò la morte combattendo contro gli infedeli. Un martire della fede, dunque, il cui sangue nobilita la stirpe dantesca non per lignaggio, ma per virtù e sacrificio (Paradiso XV, vv. 88-96):
«O fronda mia in che io compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio, rispondendo, femmi.
Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent’ anni e piùe
girato ha ’l monte in la prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol fue:
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l’opere tue.
Il cuore del canto è però la rievocazione dell’antica Firenze, sobria e virtuosa, contrapposta alla città corrotta e superba del Trecento. Cacciaguida ne tratteggia i costumi semplici: le donne filavano la lana e allevavano i figli, senza smania di lusso; gli uomini portavano abiti modesti e vivevano del proprio lavoro; i padri non temevano per la dote delle figlie, né gli esili politici dividevano le famiglie.
Quella Firenze, racchiusa entro la vecchia cerchia delle mura e prossima alla Badia, è un microcosmo di ordine, purezza e pace civile. Il contrasto con la Firenze di Dante è bruciante: la nuova città è preda della ricchezza, dell’ambizione e dell’avidità, corrotta dalle “genti nove e dai sùbiti guadagni” che, nel canto successivo, l’avo indicherà come causa del declino morale e politico. Nella voce di Cacciaguida si intrecciano la nostalgia del passato e la profezia del futuro: l’esilio del poeta, la sua missione di testimone della verità, la condanna di una città che ha perduto la misura e la purezza delle origini (Paradiso XV, 97-108):
Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.
L’incontro con Cacciaguida non è soltanto familiare o sentimentale: è l’atto fondativo della missione dantesca. Come Enea riceve da Anchise la profezia della grandezza di Roma, così Dante riceve dal suo avo la conferma che il suo viaggio non è frutto d’ambizione ma di volontà divina: egli è chiamato a raccontare ciò che ha visto, perché il mondo, smarrito nel disordine politico e morale, ritrovi la via della giustizia e dell’amore. La figura di Cacciaguida unisce così la memoria storica e la fede, la tradizione classica e quella cristiana. È il punto d’incontro tra l’Eneide e la Bibbia, tra Roma e Firenze, tra il passato e il destino.
E nel suo abbraccio luminoso si condensa la grande lezione del Paradiso: solo chi accetta la propria missione come servizio al bene può trovare la pace.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961
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