
Il Canto XXX del Purgatorio è riconosciuto come il canto più autobiografico della Divina Commedia: Dante si confronta con il proprio passato attraverso l’apparizione di Beatrice, che riemerge alla fine del Purgatorio, sulla cima del Paradiso terrestre. In questa parte del Purgatorio, la figura di Beatrice sembra ancora legata al personaggio biografico che Dante aveva celebrato nella Vita nuova. Tuttavia, nella terza cantica, il Paradiso, Beatrice si trasformerà in un simbolo allegorico e trascendente. Questa duplice natura, sia narrativa e biografica che allegorico-spirituale, crea una fusione straordinaria di piani che collegano il passato personale di Dante con una dimensione filosofico-teologica. L’incontro con Beatrice segna anche l’abbandono di Virgilio, un momento che Dante racconta richiamandosi a un passo dell’Eneide (v. 23: “Adgnosco veteris vestigia flammae“):
Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quand’elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: ’Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.
Dante si accorge che Virgilio è scomparso e si lascia sopraffare dal pianto. Qui Beatrice lo rimprovera severamente per le sue colpe, in particolare per l’allontanamento dalla retta via dopo la sua morte. Anche se degli angeli cantano in suo favore, Beatrice ribadisce le colpe di Dante e gli impone di pentirsi affinché possa essere pronto ad entrare nel Paradiso. Le sue colpe vanno dalla perdita di Beatrice che lo aveva fatto smarrire fino al suo viaggio nel peccato nell’Inferno:
«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».
Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;
in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
Dante è afflitto perché non sa se sarà all’altezza di riconoscere la strada giusta da solo, ma in verità il pieno sacrificio avverrà con l’ingresso nel Paradiso, dove bisognerà rimettere in discussione tutto ciò che il poeta ha vissuto: fino alla fine del Purgatorio è stato un percorso umano, segnato prima da errori (nell’Inferno), ma poi da consapevolezza e pentimento (nel Purgatorio); ma la grazia di Dio non è qualcosa di esente dai sacrifici, anzi è l’arrivo al riconoscimento dei propri limiti umani dinanzi alla vastità del bene divino, che oltre a comprendere le intere conoscenza umane e i gesti di carità, tocca qualcosa di umanamente incomprensibile; tutto ciò porterà Dante a creare dei neologismi nel Paradiso per riuscire a testimoniare la sua esperienza: Trasumanar significar per verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba (Par., I, 70-72).
Il vestito che Beatrice indossa, per questo incontro, è di color di fiamma viva (v. 33): così la vide la prima volta Dante, “vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la giusta che a la sua giovanissima etade si convenia” (Vita nova, cap. I); il colore rosso è infatti simbolo di amore e carità. “Incipit vita nova”: con quest’espressione si indica l’inizio di un radicale cambiamento dell’esistenza. Proprio Dante permette al lettore di paragonare l’arrivo di Beatrice nel XXX del Purgatorio con il primo incontro nella Vita Nova: Beatrice viene definita come un’apparizione, e non si hanno indicazioni né spaziali né temporali: «Ella non pare figliuola d’uomo mortale, ma di deo», dice di lei il poeta parafrasando Omero. Più avanti, giunge ad affermare che la sua amata è morta non per la malattia di cui soffriva, ma perché il cielo non poteva fare a meno di lei, come già anticipato anche in Donne ch’avete intelletto d’amore (cap. XIX): “lo cielo che non have altro difetto / che d’haver lei, al suo segnor la chiede, / e ciascun santo ne grida mercede” (19-21), segnando un passaggio nella concezione dell’amore: dall’esperienza terrena alla perfezione celeste. Nella Vita nova Beatrice è una figura graziosa, gentile e onesta, ovvero piena di decoro esteriore ed interiore, tanto che, quando cammina per le vie della città, tutti fanno silenzio e non osano guardarla. Si mostra bella a chi la guarda e i suoi occhi trasmettono una dolcezza al cuore tale che chi non la prova non può capire.
Beatrice, che lo interroga severamente sul motivo per cui si è smarrito e lo invita a riflettere sulle sue colpe, in particolare sulla sua deviazione dal cammino giusto dopo la morte di lei. Qui troviamo una similitudine riferita a Beatrice: ella viene infatti paragonata ad un ammiraglio; come il comandante di una flotta di navi che sorveglia tutto ed incoraggia i marinai, ella si occupa di dire a Dante di fare del bene e chiamandolo per nome lo rimprovera per aver osato accedere all’Eden, sede della piena beatitudine. In questo passaggio, Dante è costretto a guardarsi allo specchio dell’acqua purgatoriale, e la sua immagine riflessa gli impone un confronto con sé stesso e con il peccato che ha commesso. Questo momento di riconoscimento e di purificazione lo prepara ad affrontare la sua salvezza, un cammino che lo condurrà verso la luce del Paradiso, proprio grazie alla guida di Beatrice.
La scena si conclude con la figura di Beatrice, che sta fissa sul carro e, da ammiraglio, guida Dante attraverso il suo percorso di espiazione. L’incontro con Beatrice non è solo una rivelazione della sua bellezza, ma anche un richiamo alla necessità di affrontare le proprie colpe e di purificarsi per salire al Paradiso. La combinazione della figura materna di Virgilio, che scompare, e della guida spirituale di Beatrice, che rimprovera Dante e lo orienta verso la redenzione, rappresenta una sintesi di passaggio tra la vita terrena e la salvezza celeste, un tema che si sviluppa e si conclude nei canti successivi della Commedia.
Martina Michelangeli x Medievaleggiando
Per approfondire:
ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961
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