
L’inquisizione è tra gli argomenti più conosciuti della storia medievale, che ne siate detrattori o sostenitori, questo istituto è fondamentale per comprendere questo periodo storico. A livello di studio scolastico dell’Inquisizione si danno poche informazioni, anche per questo motivo c’è molta disinformazione e approssimazione, e oltre a fornire alcune specifiche raramente si arriva a parlare di singoli inquisitori e quando lo si fa si prendono in considerazione i più famosi, Bernardo Gui su tutti.
Ma per i “medievali” forse l’inquisitore più famoso e importante è un certo Pietro da Verona, scopriamo la sua storia!
Costui nacque come Pietro Rosini a Verona, nel 1205 circa, da una famiglia di probabile professione catara. Si hanno pochissime notizie riguardanti la sua vita.
Compì i suoi studi all’Università di Bologna e decise di entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Predicatori quando Domenico di Guzmán, fondatore dell’ordine dei domenicani, era ancora in vita. Nel 1232 fu inviato da Gregorio IX in Lombardia con il compito di reprimere l’eresia catara. Infatti, in quei luoghi l’azione eretica era particolarmente vivace e radicata soprattutto dopo la tragica crociata contro gli albigesi.
Pietro fece quindi il suo ingresso nel monastero di Sant’Eustorgio, fondando un’associazione di militanti detta “Società della Fede” o dei Fedeli, che successivamente si impegnò moltissimo, insieme a lui, nel combattere gli eretici, sebbene la documentazione a nostra disposizione non sia molta a riguardo. I risultati delle indagini e dell’impegno di Pietro non si fecero attendere e, grazie anche all’appoggio dei rappresentanti del Comune, riuscì a mettere un freno al dilagare dell’eresia.
Nel 1240, Pietro divenne priore del convento domenicano di Asti e nel 1241 di quello di Piacenza. Alla fine del 1244 lo troviamo a Firenze, dove cominciò a predicare nella chiesa di Santa Maria Novella. Qui, nell’ambito delle sue iniziative per combattere l’eresia, fondò anche una “Sacra Milizia” (nota anche come “Società di Santa Maria”) che ebbe il sostegno del popolo minuto. Anche in questo caso la scarsità di informazioni giunta sino a noi ci fa dubitare circa la veridicità di questo fatto. Lo scontro arrivò, inevitabile, quando Pietro e gli inquisitori domenicani ottennero la condanna di alcuni baroni fiorentini accusati di essere eretici, e del podestà bergamasco che li proteggeva. Secondo le Croniche dell’arcivescovo Antonino Pierozzi, in tale occasione avrebbero avuto luogo gli scontri cosiddetti “del Trebbio” e di “Santa Felicita”. La tradizione vuole che a Firenze Pietro abbia fondato quella che oggi è la Venerabile Arciconfraternita della Misericordia anche se, pure in questo caso, non ci sono riscontri storici certi.
Comunque nel 1251 ebbe un avanzamento di carriera: papa Innocenzo IV lo nominò inquisitore per le città di Milano e Como.
Meno di un anno dopo, nell’aprile 1252, frate Pietro venne ucciso nel bosco di Barlassina presso Milano. Si dice che la sua morte abbia provocato la conversione di oltre duecento catari. Pietro si stava recando da Como a Milano e non era da solo ma con altri 3 confratelli, il giorno della sua morte.
Una volta recuperato, il corpo venne trasferito nella chiesa di S. Simpliciano di Milano e deposto in una cassa. Nel mentre, un contadino del luogo catturava Pietro da Balsamo detto Carino, colui che si diceva essere stato l’esecutore dell’omicidio. Alla confessione di costui seguì un’indagine che durò sei giorni e che portò alla cattura di alcuni mandanti dell’uccisione, tra cui Stefano Confalonieri da Agliate.
Nonostante la rapidità con cui erano partite, le inchieste si protrassero per tutta la seconda metà del XIII secolo. Infatti, la sentenza contro Confalonieri venne emessa soltanto nel 1295 (oltre 43 anni dopo l’accaduto). Ciò dimostra le difficoltà dell’accertamento del fatto, dal momento che molti degli indagati erano figure di spicco nella Lombardia ghibellina.
Solo due deposizioni in cui sono descritte le fasi organizzative dell’omicidio, risalenti al 2 settembre 1252, sono sopravvissute all’ampio dossier giudiziario sulla morte di frate Pietro da Verona. Tra gli interrogati, oltre a quelli già citati, figuravano anche Roberto da Giussano, detto Patta, ed Enrico da Giussano, detto Rosso. Risulta chiaro il rilevante coinvolgimento dei membri del consortile dei da Giussano, che occupavano incarichi pubblici a vario titolo. Ciononostante, il ruolo di spicco di questa famiglia nell’organizzazione dell’omicidio è dovuto alla sopravvivenza di testimonianze esclusivamente loro riferite e non nel poco di documentazione rimasta sul processo di Pietro da Verona.
Quasi in contemporanea al processo contro i suoi assassini, si svolse il processo di canonizzazione di Pietro. Tale contemporaneità creò una contaminazione tra le due diverse tipologie di procedimento e una precoce immissione di elementi agiografici nella documentazione coeva, che tuttora condiziona gli storici. In meno di un anno dalla morte, il 25 marzo 1253, Innocenzo IV emesse la lettera di canonizzazione Magnis et crebris, così da ascrivere Pietro al catalogo dei Santi con il nome di S. Pietro Martire, paragonato anche a Cristo nella bolla. Ciò avvenne a poco meno di vent’anni dalla santificazione del fondatore del suo ordine, frate Domenico.
Pietro fu quindi il secondo predicatore ad ascendere alla santità, e questa rapidità nella gestione della canonizzazione fu frutto probabilmente della situazione estremamente delicata in cui si trovava la Lombardia all’epoca. Tenete a mente che Federico II era morto da poco quindi il fronte ghibellino non era più compatto ma iniziavano a spiccare dei signori locali più di altri in Italia del Nord che sicuramente non vedevano di buon occhio l’intervento di un potere altro e invasivo come quello dell’Inquisizione, da qui sicuramente si può ricavare almeno una delle ragioni dell’uccisione di Pietro da Verona. La Chiesa ovviamente non si arrese, un processo di canonizzazione così rapido era dettato dalla necessità di trovare un martire per la lotta all’eresia ma il culto di San Pietro Martire si affermò con difficoltà in quelle zone soprattutto a Verona che fu restia a farlo diventare patrono della città assieme a San Zeno. Alla fine verso la metà del Trecento soprattutto a Milano s’iniziano a trovare tracce di devozione al santo assieme a tracce sempre più sporadiche di eresia.
I dossiere del processo giuridico e di quello di canonizzazione sono quasi del tutto perduti ma la storia di Pietro da Verona c’insegna che ogni causa ha bisogno di un martire!
Giulia Panzanelli
Per approfondire:
Anatomia di un inquisitore. Frate Pietro da Verona – san Pietro martire, a cura di MARINA BENEDETTI, Milano University Press, Milano 2025
BENEDETTI MARINA, Medioevo inquisitoriale. Manoscritti, protagonisti, paradossi, Salerno Editrice, Roma 2021
FESTA GIANNI, Martire per la fede. San Pietro da Verona domenicano e inquisitore, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2007
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