Fra le avventure dei paladini di Re Artù c’è una quest che si distingue per la sua rilevanza nella narrazione (e nell’iconografia di stampo preraffaellita): la ricerca del Santo Graal. Quest’avventura è forse la più interessante da trattare poiché riguarda tutti i cavalieri, che si sparpaglieranno nel regno per cercare la leggendaria coppa, bevendo dalla quale ogni ferita può essere risanata. Solo uno di loro, Galahad riuscirà nell’impresa, mentre gli altri paladini, anche assai valorosi come Galvano e Lancillotto, falliranno miseramente. 

La leggenda inizia con una donna che appare ai cavalieri durante il banchetto di Pentecoste, e mostra una visione del Graal, incitando i paladini a cercarlo. Artù dà inizio alla quest, cui partecipano tutti i cavalieri della tavola rotonda, lasciando Camelot sguarnita. Malory ne La morte darthur, narra le vicende di Galahad, Galvano, Lancillotto e Bors, e l’avventura raggiunge il suo apice col tentativo di Lancillotto di prendere il Graal, nonostante delle voci lo avvertano che non è degno di entrare nella cappella, al cui interno degli angeli stanno vegliando la coppa. 

Il cavaliere però cede al suo desiderio di gloria, entra nell’edificio e si accosta al Graal, pagando il prezzo della propria superbia con un lungo sonno simile alla morte. Sarà invece suo figlio Galahad a superare la prova e ad entrare, stavolta legittimamente, nella cappella, dove gli apparirà lo stesso Cristo, il quale benedice il cavaliere e i suoi compagni. 

È proprio questo mito ad essere rappresentato dai preraffaelliti Edward Burne-Jones e William Morris negli arazzi di Stanmore. Questi risalgono ai primi anni Novanta dell’Ottocento e furono commissionati da William Knox D’Arcy (1849-1917) per la sua villa nel Middlesex. Il committente era un magnate del petrolio e aveva acquistato la villa nel 1887 con l’intenzione di ampliarla e rimodernarla. Il facoltoso D’Arcy aveva uno stile di vita piuttosto gaudente e la sua intenzione era quella di trasformare la casa in  un ‘castello’ da dedicare alle battute di caccia e alle feste, oltre a conformarsi all’abitudine dei ricchi borghesi di scegliere dimore in stile medievale, così da suggerire una fittizia antica nobiltà.

Morris e Burne-Jones, pur critici sulle scelte estetiche e sulla filosofia da tycoon del proprietario, gli proposero per la decorazione della sala da pranzo il tema arturiano, a loro molto caro, che poteva adattarsi bene al salone di una casa neogotica. L’occasione era ghiotta, e gli artisti la colsero: D’Arcy aveva un grande salone e ingenti risorse, requisiti fondamentali per dar vita a una serie di arazzi dal sapore narrativo, che dovevano secondo Morris contribuire a riportare in auge l’arazzo, un obiettivo centrato vista la grande notorietà che il ciclo raggiunse anche grazie all’esposizione dei cartoni nelle mostre dell’Arts and Crafts. 

La serie è composta da sei arazzi, custoditi per lo più al museo d’arte di Birmingham e ritraenti la leggenda del Graal. Il primo arazzo mostra l’arrivo della Dama del Graal a Camelot che propone la quest ai paladini, il secondo la loro partenza, il terzo e il quarto i fallimenti di Galvano e Lancillotto, fino ad arrivare alla conquista del Graal da parte di Galahad, tutte vicende alle quali si mescolano pannelli minori a decorazione floreale, questi ultimi realizzati da Henry Dearle.

Riprendere le fila del tema arturiano era per i due artisti un’azione colma di significato: la lettura di Malory infatti, era stata un intrattenimento frequente per i due negli anni universitari, ed entrambi guardavano ai cavalieri di Camelot non solo come una continua fonte d’ispirazione artistica, ma anche come modelli di vita. Inoltre questi arazzi rappresentano la piena maturazione degli artisti non solo dal punto di vista stilistico, ma anche concettuale. 

Per quanto riguarda lo stile, il disegno di Burne-Jones si ispira a Botticelli e Signorelli, specie nella plastica dei corpi, slanciati ed eleganti e nell’opulenza della vegetazione. La scelta di avvicinarsi allo stile botticelliano è inoltre vincente per Burne-Jones nel raggiungimento di un equilibrio fra la spigolosa linea degli esordi dei Preraffaelliti e le voluttuose morbidezze neo-rinascimentali del maturo Rossetti. A sovrintendere la realizzazione degli arazzi è però Morris, il quale concede ben poca libertà ai suoi artigiani dell’abbazia di Merton sul disegno e i colori, che si mantengono in una gamma generalmente fredda, ravvivata dalla presenza dei fiori ispirati agli arazzi fiamminghi. 

Dal punto di vista concettuale invece, Burne-Jones e Morris si trovano a dover compiere una scelta sull’interpretazione da dare al ciclo, se esaltare più l’impresa di Galahad o il fallimento di Lancillotto, propendendo per il secondo. Un primo dettaglio che ci colpisce, per esempio, è il fatto che la sfida sia proposta a tutti i paladini meno che all’unico che effettivamente può completarla. Alla tavola rotonda siede infatti Lancillotto (identificato con il cavaliere a sinistra, col mantello rosso e la corona) che si indica, chiedendosi se è lui ad essere destinato a concludere l’avventura, ma non Galahad, il cui arrivo è però suggerito dal seggio periglioso, ancora vuoto e sormontato da una scritta in latino che ne spiega il motivo. Se ancora una volta, abbiamo l’occasione di osservare che l’immagine proposta di Artù è quella del buon re alla cui corona si aggiungono quelle dei suoi migliori cavalieri, possiamo tuttavia notare che l’attenzione generale non è diretta a lui, bensì alla strana damigella sulla destra, la quale indica il cielo, evidenziando la natura spirituale dell’avventura con un gesto che sembra ricordare il Platone della Scuola di Atene di Raffaello.

Il destino negativo di Lancillotto in questa prova lo possiamo intuire nella scena successiva con la partenza dei paladini, probabilmente ambientata nel giardino alle porte di Camelot, come suggerisce lo stralcio di arco murario sulla sinistra. Il corteo di cavalieri procede verso destra, con delle splendide fanciulle che stanno passando le armi al proprio amato, la coppia a sinistra, invece, è formata da Lancillotto a cavallo che sta ricevendo lo scudo da Ginevra, che riconosciamo fra le dame non tanto dalle vesti, quanto dalla corona che nel suo caso è metallica e non floreale.

Riprendiamo dunque le fila degli arazzi e arriviamo finalmente al primo climax della narrazione, ovvero il fallimento di Lancillotto. Burne-Jones nell’arazzo del sogno del cavaliere davanti alla cappella del Graal lo rappresenta addormentato, con la schiena appoggiata a un pozzo e la testa ciondolante, mentre un angelo gli sta indicando la ragione del suo fallimento, ovvero l’amore per Ginevra

 

La regina, in questo caso, non è presente in persona, ma è simboleggiata dallo scudo sullo sfondo, proprio lo stesso che l’amata gli aveva affidato nella seconda scena della serie, e che l’angelo sta indicando con un gesto colmo di significato: la ragione principale per cui Lancillotto è un cavaliere non è, dunque, l’amore di Dio, ma quello per una donna. 

Lo scudo diventa quindi lo snodo interpretativo della scena, che risente dei primitivi italiani, ovvia fonte preraffaellita, sia nella netta linea di contorno sia nell’inquadratura del cavallo, placidamente addormentato. Burne-Jones , nel fulcro della narrazione, mette in scena il significato che per lui ha il Graal: fra i Preraffaelliti, è forse quello che maggiormente percepisce il ciclo arturiano come uno spunto quotidiano, più spirituale che religioso, dal momento che il pittore sente che la sua quest personale è la ricerca della bellezza e che l’Arte è la sua personale coppa sacra.

Negli arazzi di Stanmore la narrazione si conclude con la visione del Graal di Galahad, Percivale e Bors, sebbene a livelli diversi: solo il figlio di Lancillotto è infatti in grado di entrare nella cappella (la cui porta si è aperta non appena il paladino si è inginocchiato) e di interagire con gli angeli, mentre gli altri due cavalieri sono in secondo piano. Percivale e Bors, nonostante siano virtuosi, non condividono lo stato virginale di Galahad, sottolineato dai gigli (fiori tipicamente utilizzati per simboleggiare la purezza, solitamente attributi mariani) che sembrano spuntare accanto a lui non appena si inginocchia. Come Lancillotto, i due paladini sono devoti alle loro amate, sebbene queste relazioni siano lecite, dunque il loro amore per Dio non è esclusivo, a differenza di Galahad, la cui solitudine affettiva ne garantisce l’unicità. 

In conclusione, la ricerca della sacra coppa è un tema che dà ai Preraffaelliti l’occasione di omaggiare i testi preferiti e di misurarsi con una nuova tecnica, l’arazzo, che permette loro di far davvero entrare nelle case il mito arturiano, leggenda che affascina la confraternita e i suoi seguaci dagli anni ’50 fino ai primissimi anni del Novecento. 

 

Cristiana Pieragnoli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire: 

MACCARTHY FIONA, The last pre-raphaelite-Edward Burne-Jones and the Victorian imagination, Cambridge, Harvard University Press 2012

YERGIN DANIEL, The Prize: The Epic Quest for Oil, Money & Power, New York, Simon & Schuster 1991

William Morris and the Middle Ages, catalogo della mostra a cura di J.Banham e J.Harris, Manchester, Whitworth Art gallery, 28 Settembre-8 Dicembre 1984, Manchester, Manchester University Press 1984

William Morris: Centenary Essays- Papers from the Morris Centenary conferences organized by William Morris society at Exeter college 30 June-3 July 1996, a cura di P.Faulkner e P.Preston,  Oxford, Exeter College Press 1996

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Written by : Redazione

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