La letteratura inglese medievale alle nostre latitudini è pressoché sconosciuta se non per un libro assai famoso che studiamo nei nostri anni scolastici perché ricorda il Decameron di Giovanni Boccaccio, un libro incompiuto ma che comunque rimane una fonte importante per studiare la società inglese del 1300.

Canterbury Tales, I racconti di Canterbury in italiano, sono l’opera più conosciuta di Geoffrey Chaucer considerato tra i padri della poesia inglese perché fu tra i primi ad usarla per le sue opere. Prima di addentrarci nell’interessante mondo dei racconti, è bene fornire una breve biografia del suo autore. 

Egli nasce a Londra fra il 1340 e il 1345, il padre è un mercante dell’alta borghesia; non si sa molto circa gli studi da lui fatti ma è indubbia la sua conoscenza del latino e del francese. Intorno al 1347 è un paggio al seguito di Elisabetta de Burgh, moglie del secondogenito del re Edoardo III e al seguito di quest’ultimo viene fatto prigioniero in Francia nel 1359, mentre era in corso la Guerra dei Cent’anni, ma viene presto riscattato. Probabilmente fra il 1360 e il 1366 è in Francia in missione diplomatica per conto del re, successivamente sposa una delle damigelle della regina. Fra il 1367 e il 1370 è al diretto servizio di re Edoardo III e nel 1367 alla morte della Duchessa di Lancaster scrive The Boke of the Duchesse, un poema elegiaco in onore della defunta. Effigie funeraria di Edoardo III, fine XIV secolo, abbazia di WestminsterNel 1372 compie il primo viaggio diplomatico in Italia, sostando a Genova e Firenze, per contrattare un prestito in favore del re; in questi anni si pensa che abbia tradotto il Roman de la rose in «medio inglese». Nel 1378 compie il suo secondo viaggio in Italia, a Milano, per convincere i Visconti ad entrare in guerra contro la Francia, sembrerebbe che durante il soggiorno abbia raccolto manoscritti in volgare italiano o comunque abbia avuto un più diretto contatto con la cultura italiana. A partire dal 1386 siede in Parlamento come rappresentante della Contea del Kent, a questi anni si fanno risalire i poemi allegorici The Parlement of Fouls, The House of Fame e Troilus and Criseyde, rifacentesi al Filostrato di Boccaccio. Fra il 1387 e il 1388 scrive molte delle novelle che poi faranno parte dei Canterbury Tales oltre alla programmazione dell’impianto generale dell’opera. Gli ultimi anni sono caratterizzati da nuovi incarichi per conto della corte reale.  Muore il 23 ottobre del 1400.

I racconti Canterbury sono inseriti in una cornice narrativa, il pellegrinaggio a Canterbury dove si trova la tomba del santo Thomas Becket, che serve da giustificazione per permettere ai personaggi di raccontare le proprie storie. La vicenda prende avvio in una taverna londinese dove il narratore attende l’alba per partire alla volta di Canterbury e si uniscono a lui ventinove pellegrini di diversa estrazione sociale. L’oste suggerisce che ciascun pellegrino racconti e intrattenga gli altri con delle storie: decide infatti che ognuno debba raccontare una storia lungo la via per Canterbury e una lungo la via del ritorno. Ognuno verrà poi giudicato e il miglior cantastorie riceverà dal locandiere un pasto omaggio nella sua taverna. I pellegrini tirano a sorte e viene stabilito che il primo a parlare sarà il Cavaliere

Il libro è rimasto incompiuto perciò è difficile immaginare quale sarebbe dovuta essere la stesura finale, inoltre alcuni racconti sono incompleti o semplicemente abbozzati e soprattutto non sappiamo chi ne sarebbe uscito vincitore!

Innegabile è l’influenza di Boccaccio con il suo Decameron, Chaucer fu il primo a utilizzare in Inghilterra questo tipo di narrazione, con alcune differenze: mentre in Boccaccio i racconti avvengono in una cornice statica in Chaucer la narrazione avviene durante il pellegrinaggio, quindi in movimento;  il narratone nel Decameron è onnisciente mentre ne I racconti di Canterbury è uno dei personaggi; infine il racconto del Chierico di Oxford riprende l’ultima novella del Decameron: Griselda

Il pellegrinaggio implica eccezionalità, e perciò si configura come lo sfondo perfetto poiché a questo partecipano persone di tutte le estrazioni sociali che permettono a Chaucer di creare un affresco della società medievale inglese. Allo stesso modo la tavola conviviale costituisce l’occasione per presentare i tipi e le sfaccettature del mondo medievale riportato a due principi di fondo e interdipendenti: lo status dell’uomo libero e l’appartenenza ad un’arte di mestiere. Il primo gruppo a essere introdotto è quello dell’aristocrazia (il Cavaliere con il giovane figlio Scudiero e il loro Arciere), mentre a seguire è rappresentato il clero (la Priora con la Suora e tre preti, il Monaco e il Frate) e infine troviamo la classe lavoratrice e borghese (il Mercante, lo Studente di Oxford, il Messo del tribunale, l’Allodiere, il Merciaio, il Falegname, il Tessitore, il Tintore, il Tappezziere, il Cuoco, il Marinaio, il Medico e la Donna di Bath). A queste tre classi sociali seguono due personaggi umili ma virtuosi: il Parroco di campagna e suo fratello, il Contadino.

L’ordine dei personaggi e delle loro narrazioni è tutt’altro che casuale, segue, invece, una duplice scala di valori sociali e morali. I personaggi sono presentati in un ampio prologo e sono descritti mettendo in risalto le caratteristiche fisiche che rispecchiano quelle morali, ma anche il vestiario e gli oggetti posseduti riflettono la psicologia del personaggio. Qualche esempio: il Messo del tribunale ecclesiastico presenta «barba a chiazze», «bolle bianche» e «bitorzoli» sintomi di lussuria o anche la Donna di Bath che ha una fessura in mezzo ai denti che indica che è una donna lussuriosa. Ogni personaggio trova il suo contrario in un altro, questo gioco di contrari continua anche nella narrazione dei racconti, ad esempio al racconto di amor cortese del Cavaliere segue quello licenzioso del Mugnaio ma poi a questo segue quello del Fattore poiché si sente preso in giro dal narratore precedente, perciò l’ordine dei racconti dipende per molti aspetti dall’intreccio delle rivalità e degli antagonismi fra i diversi personaggi.

L’esplicito intento di Chaucer è quello di presentare di un’opinione già sostenuta il suo rovescio e le possibili variazioni. I temi trattati sono diversi: l’amore, l’avidità, il coraggio, il ruolo della donna ecc. L’amor cortese è esemplificato, ad esempio, nei racconti della Donna di Bath, dello Scudiero, del Cavaliere. Il racconto dello scudiero è rimasto incompiuto, mentre quello della Donna di Bath, preceduto da un lungo prologo che racconta la vita della narratrice e dei suoi numerosi mariti, narra le vicende di un cavaliere alla corte di re Artù accusato di violenza carnale e in cerca di redenzione. Ma il racconto del Cavaliere è quello che si presta meglio ad esemplificare le caratteristiche dell’amor cortese. Egli narra le vicende di due giovani tebani catturati da Teseo, mentre quest’ultimo si occupava di liberare la città dal tiranno Creone; durante la loro prigionia i giovani si innamorano della cognata del re, Emilia. Arcite, uno dei due, grazie all’intercessione di un amico ottiene la libertà ma sotto mentite spoglie decide di rimanere ad Atene e diviene paggio alla corte reale. Dopo un po’ di tempo anche l’altro giovane riesce a fuggire, Palamone. I due s’incontrano casualmente in un bosco  e si sfidano a duello per l’amore di Emilia. Teseo li scopre e propone un torneo: in un anno avrebbero dovuto arruolare 100 cavalieri ognuno, per poi utilizzarli in uno scontro frontale, il premio finale sarebbe stata la mano di Emilia. Dopo un anno, i due con i loro eserciti si ritrovano presso Atene, pronti a combattere, portando ognuno un vessillo diverso: Arcite sceglie il vessillo del dio Marte, mentre Palamone sceglie quello della dea Venere. Arcite vince, ma la dea Venere, furiosa della sconfitta, provoca un terremoto che fa spaventare e impennare il suo cavallo, facendolo cadere. Arcite, sapendo di dover morire, chiama accanto a sé Emilia e Palamone e chiede loro di sposarsi e di vivere felici; dopodiché muore fissando gli occhi dell’amata. Dopo grandi cerimonie per onorare la morte del giovane, Palamone ed Emilia si sposano secondo le volontà di Arcite. 

La Chiesa è rappresentata da diversi personaggi: dalla priora, dal monaco, dal frate, dalle monache, dal parroco. Si tratta perlopiù di una visione negativa dell’istituzione ecclesiastica: la priora e il monaco, ad esempio, con i loro modi affabili e il saper conversare sembrano più adatti ad una corte che a un monastero. Anche il frate è affabile nei modi tanto da riuscire ad accaparrarsi ingenti elemosine «perché il donare a un Ordine povero è indizio d’essersi ben confessato». La parte positiva della Chiesa è affidata al Parroco di Campagna e alla seconda Monaca. Al Parroco è affidata la narrazione dell’ultimo racconto, ma che non è un racconto bensì un trattato sulla penitenza. Egli divide la penitenza in tre parti: contrizione del cuore, confessione della bocca e soddisfazione. La seconda parte sulla confessione è illustrata facendo riferimento ai sette peccati capitali e offrendo rimedi contro di loro. I sette peccati capitali sono «guariti» dalle virtù dell’umiltà, della contentezza, della pazienza, della fortezza, della pietà, della moderazione e della castità. 

In conclusione I racconti di Canterbury sono un affresco della società tardo medievale fatto da un uomo che ha vissuto in quel periodo e che ha saputo fare satira e critica del suo tempo, spesse volte uscendo dagli schemi letterari della sua epoca.

 

Giulia Panzanelli

 

Per approfondire:

CHAUCER GEOFFREY, I racconti di Canterbury, BUR Rizzoli, Milano 2017

 

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