Quando sentiamo pronunciare il nome di Petrarca, tendiamo ad associarlo alla sua opera più famosa, il Canzoniere, dimenticandoci del fatto che è stato un instancabile scrittore. Ed è per questo che, oggi, vi proponiamo un’altra delle sue opere più belle.

L’opera latina in cui Petrarca fa i conti con la sua interiorità e con il suo modo di concepire la letteratura e l’impegno culturale è, sicuramente, il De secreto conflictu curam meorum, (Del segreto conflitto dei miei affanni), meglio conosciuto come il Secretum (il mio segreto).

L’opera, scritta a partire dal 1347 e portata a termine nei primi anni ‘50, consiste in un dialogo, svoltosi in tre giorni, tanti quanti sono i libri che lo compongono. Come capiamo dal titolo, Petrarca voleva che il testo rimanesse privato. Infatti, nelle sue pagine scrive :“o mio libretto [..] sarai contento di rimanere con me [..]. Giacché sei e sarai detto Il mio segreto: [..],così come in segreto hai registrato quanto è stato detto, in segreto me lo rammenterai”. Però, nonostante questa sua volontà, era perfettamente consapevole che la sua privata confessione, prima o poi, sarebbe arrivata nelle mani dei lettori. E così fu, dopo la sua morte.

Gli interlocutori del componimento dialogico sono Augustiunus e Franciscus, cioè Sant’Agostino e lo stesso Petrarca. E’ chiaro che la lunga conversazione, alla quale assiste la muta Verità, è tutta frutto di una “visione” dell’autore. Agostino viene scelto da Petrarca come sua controparte, perché rappresenta il santo, il filosofo, l’uomo ideale che lui stesso ambisce ad essere: un uomo che, dopo un’esperienza di dolore e smarrimento, in preda alle passioni e alle false illusioni, ritorna padrone di sé e si converte. Di fatto, le argomentazioni della sua guida spirituale cercano in ogni modo di condurre Francesco a riconoscere le proprie colpe e debolezze, perché lui possa cambiare vita, abbandonando definitivamente le cose del mondo per rivolgersi al vero bene, Dio.

Nel primo libro Francesco racconta al confessore i momenti di disperazione che non gli consentono di vivere serenamente. Per Agostino, ciò che impedisce all’imputato di essere puro e virtuoso consiste in un difetto di volontà, la quale può essere rafforzata meditando lungamente sulla morte.
Nel secondo libro Agostino analizza distintamente i sette peccati capitali. Due sono i vizi sui quali, parlando, si soffermano più a lungo. Francesco, infatti, risulta essersi macchiato gravemente di lussuria e di quella “funesta malattia dell’animo che i moderni hanno chiamato accidia”, la quale, pericolosamente, comporta un rifiuto e un odio per il creato e per il sommo bene.
Nel terzo libro il padre spirituale dà un nome alle colpe che distolgono il pensiero di Franciscus dalle cose eterne, alle catene che lo stringono tenacemente e di cui si deve liberare per convertirsi: l’amore per Laura e il desiderio della gloria terrena.

L’amore smodato che Franciscus prova per Laura, per Augustinus è tutto sensuale. Il reo penitente, al contrario, si difende riprendendo l’idea cortese e stilnovista del rapporto amoroso: Laura è scala al cielo, donna superiore che lo ha perfezionato moralmente, spingendolo ad amare Dio. Agostino, a questo punto, è sempre più costretto ad incalzare il peccatore reticente: Dio va amato direttamente e non per mezzo della sua bella creatura, Laura.
Poi Agostino si esprime anche in merito al desiderio dell’umana gloria, che Francesco aveva sperato di raggiungere presso i posteri con il De Viris Illustribus (una raccolta di vite di uomini illustri) e con l’ Africa (poema epico sulla II guerra punica). Per il confessore l’ambizione di Franciscus è condannabile poiché anteposta alla ricerca della virtù, infatti dice: “ la gloria è quasi l’ombra della virtù [..], non può accadere che la virtù, ovunque Iddio raggia, non produca gloria.
Alla fine della travagliata confessione Francesco è costretto a convenire con le argomentazioni della sua guida ed è propenso a seguire il suo suggerimento: “restituisci finalmente te a te stesso”. Allo stesso modo, però, ammette anche di essere incapace di approdare ad una conversione definitiva, rimandandola al futuro. Infatti Petrarca conclude così il suo “libretto”: “sarò presente a me stesso quanto potrò: raccoglierò gli sparsi frammenti dell’anima mia”.

E’ solo col Canzoniere che Franciscus, memore della promessa fatta ad Augustinus tenterà di ricomporsi, raccogliendo gli “sparsi frammenti” della sua anima, per dimostrare di essere un uomo diverso da ciò che è stato, consapevole della vanità delle cose terrene, del bilancio negativo della propria esistenza. Un uomo pentito del suo “primo giovanile errore”, l’amore per Laura, desideroso solo della gloria di Dio.  

Alessandra Spagnuolo

Per approfondire:


BALDI GUIDO, GIUSSO SILVIA, RAZETTI MARIO, ZACCARIA GIUSEPPE,  La letteratura, dalle origini all’età Comunale, Paravia 1802, Torino 2006.


FENZI ENRICO, Petrarca. Profili di storia letteraria, Il Mulino 1954, Bologna 2008


FENZI ENRICO, Il mio segreto, Mursia 1955, Milano 2003


SANTAGATA MARCO, I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca, Il Mulino 1954, Bologna 2011

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Written by : Redazione

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