Ragnarök.

Forse uno dei termini della mitologia norrena più conosciuti, associato alla traduzione che ne diede Wagner di “crepuscolo degli dei” (Götterdämmerung) nella sua maestosa opera lirica. In realtà il termine è plurale e una traduzione più corretta sarebbe i “destini delle Potenze”, e questo spettacolo escatologico lo troviamo già al termine del primo dei ventinove carmi dell’Edda poetica, la Vǫluspá, o “profezia della veggente”. Nati come tradizione orale, questi carmi si stima siano stati messi per iscritto nel XIII secolo circa.

Più di settecento anni dopo, ritroviamo il Ragnarök, e molte delle meraviglie contenute nell’Edda, nel romanzo della scrittrice britannica Antonia Susan Byatt.

In tempo di guerra, la seconda guerra mondiale, una bambina scopre il mondo degli dèi asgardiani tramite un adattamento della celeberrima tetralogia di Wagner, un “robusto volume rilegato in verde, con un’intrigante, impetuosa immagine di copertina, la Caccia Selvaggia di Odino a cavallo fra squarci di nubi in un balenare di saette, osservata, dall’imbocco di un’oscura cavità sotterranea, da uno gnomo col berretto, che sembrava in allarme”. Un libro (intitolato Asgard e gli dèi) che è un portale verso una dimensione in cui dire l’indicibile, dove attraverso i miti risalenti a centinaia di anni prima, sopravvissuti e rielaborati ma ancora vibranti della loro potenza ancestrale, sfogare, in certo senso elaborare, “una disperazione che non sapeva di sentire”.

Lo svolgersi delle vicende delle divinità del nord e dei loro temibili nemici (in primis la progenie di Loki), così come la situazione che sta vivendo il mondo in cui la bambina cammina, portano entrambe nella stessa direzione: la fine di un vecchio mondo. E dopo la fine un nuovo inizio, che però la protagonista rifiuta di assimilare, troppo distante in quel periodo da ciò che il suo intimo cerca in quelle pagine.

Eppure il nuovo inizio arriva, la vita torna anche da lei, come il padre aviatore che non sperava di rivedere. Permane, ciononostante, la particolarità dell’apocalisse norrena: entrambi gli scontri epocali non hanno portato a totali trionfi del bene. Il male in qualche modo rimane, anche se non più al massimo della sua potenza, nelle sue manifestazioni più devastati. Il grande nemico viene sconfitto, ma un altro male continua a serpeggiare: se alla fine del carme eddico ci viene presentata la macabra immagine del drago Níðhǫggr in volo che reca con sé cadaveri, nel libro della Byatt il male è un’ombra che cala sulla vita della madre della protagonista, che sebbene non venga definita direttamente depressione, ha le caratteristiche di questo grande problema della società contemporanea. La normalità a cui si torna è ben lungi dall’essere perfetta.

Sono tantissimi gli autori che si sono confrontati con l’affascinante universo mitologico germanico, con differenti stili e forme d’approccio: abbiamo già visto una delle riscritture di Neil Gaiman, che ci si è misurato più volte in diverse forme, ma tante ancora ne vedremo in questo nostro viaggio tra storia e letteratura.

Valérie Morisi

Per approfondire:

Il canzoniere eddico, a cura di Piergiuseppe Scardigli, Garzanti, Milano 2004.

Vǫluspá. Un’apocalissi norrena, a cura di Marcello Meli, Carocci, Roma 2014.

BYATT, A.S., Ragnarök, Einaudi, Torino 2013.

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Written by : Redazione

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