Chi è Raimbaut?

Anche se molti non lo sanno, Raimbaut de Vaqueiras è un trovatore provenzale a cui si devono molti primati. 

Per cominciare, è il primo, fra i suoi colleghi, che da giullare diventa cavaliere per meriti poetici e non bellici, a cui pur non si sottrae. Inoltre, è ricordato come massimo innovatore e artefice di un notevole sperimentalismo legato ai generi poetici. Infatti, è il primo trovatore che, rompendo gli schemi della fin’amor, introduce nelle sue canzoni una lingua diversa da quella occitana.

Non solo: è anche colui che ha innalzato, per la prima volta, il nostro volgare al rango di lingua letteraria, inserendolo nella sua lirica.

Siamo alla fine del XII sec. e Raimbaut lascia la Provenza per giungere in Italia settentrionale, ospitato dai Malaspina, i marchesi della Lunigiana (regione storica suddivisa tra Toscana e Liguria) e delle valli appenniniche tra Genova, Tortona, Pavia e Piacenza. 

In una delle loro corti, tra il Castello di Oramala, nell’oltrepò pavese, e Tortona, il trovatore compone una tenzone in cui inscena un dialogo tra un giullare provenzale, che parla in lingua d’oc, e una donna genovese, che replica nel proprio idioma.

Il giullare si rivolge direttamente alla sua donna:

«Bella, tan vos ai pregada,

se·us platz, c’amar me voillatz,

’eu soi vostr’endomengatz,

car es pros et enseignada

e tot bon pretz autreiatz:

per que·m plaz vostr’amistatz.

Car es en totz faitz corteza,

s’es mos cors en vos fermatz

plus qu’en nulla genoeza:

per q’er merces si m’amatz

e pois serai miels pagatz

qe s’era mia·l ciutatz,

 ab l’aver q’es ajostatz

 dels jenoes.»

Traduzione: Bella, tanto vi ho pregata, per cortesia, di volermi amare, che sono vostro servitore, giacché siete virtuosa e colta e fonte di ogni buona virtù: perciò mi piace la vostra amicizia. Poiché siete nobile in ogni atto, il mio cuore si è radicato in voi più che in qualunque altra genovese: per questo mi farete grazia se mi amate e sarò meglio ricompensato che se fosse mia la città, con tutti i beni dei genovesi che vi sono accumulati.

 

Ma lei, con modi tutt’altro che raffinati, respinge con veementi insulti le profferte amorose:

«Jujar, voi no sei cortezo

qi me chaideiai de zo

qe niente non farò,

ance fossi voi apesso!

Vostr’«amia» no serò,

certo ja ve scanerò,

proensal malaurao!

Tal enojo voi dirò:

sozo, mozo, escalvao!

Ni za mai no v’amerò,

q’eu chu bello marì ò

qe voi non sei, be’ lo so!

Andai via, frar’: eu temp’ò

meillaurà!»

Traduzione: Giullare, non siete cortese a chiedermi ciò che non farò mai, nemmeno se vi impiccassero! Non sarò vostra amica, certo piuttosto vi scannerò, provenzale della malora! Vi dirò soltanto insulti: sozzo, pazzo, testa rapata! Giammai vi amerò, perché ho un marito più bello di quanto siate voi, non c’è dubbio! Andate via, fratello: ho ben di meglio da fare!

 

Come si può notare, la donna si distingue linguisticamente e stilisticamente dal suo corteggiatore per il lessico basso e rozzo, contro la raffinatezza del provenzale. Ma la distanza è anche ideologica: la genovese non partecipa agli schemi tradizionali dell’amor cortese, rimanendo fedele a suo marito.

Ad un’attenta analisi, si può notare anche che il genovese qui utilizzato è contraffatto, imperfetto e contaminato. Molte parole sono infatti modellate sul provenzale, altre non sono propriamente genovesi ma ricordano altri volgari settentrionali.

Dunque Raimbaut sbaglia intenzionalmente oppure non conosce bene il genovese?

La maggior parte degli studiosi ritiene che il trovatore abbia voluto inscenare una parodia letteraria, ideologica e linguistica, con un duplice bersaglio.

Da un lato, si prende gioco dei suoi stessi colleghi. Infatti colpisce alle fondamenta il mondo cortese: crea un personaggio nuovo, la cittadina che insulta il giullare. E contamina la lingua di cultura, quella d’oc, con una lingua volgare fino ad allora utilizzata solo nel parlato perché priva di prestigio.

L’altro bersaglio della sua parodia è la Repubblica di Genova, da tempo in conflitto con i Malaspina, al cui servizio lavorava Raimbaut. E lo si evince dall’ultima tornada (o strofa, secondo la terminologia provenzale):

«Jujar, no serò con tego,

pos asì te cal de mi.

Miels valrà, per sant Martì,

s’andai a ser Opetì,

qi dar v’à fors un roncì,

car sei jujar!»

Traduzione: Giullare, non starò con te, visto che t’importa così di me. Sarà meglio, per san Martino, che te ne vada da messer Obizzo, che ti darà forse un ronzino, da giullare che sei!

 

Nel congedo, la donna chiama in causa il marchese Obizzo II Malaspina in quanto emblema di supremazia. L’invito a rivolgersi alla corte della nota dinastia testimonia l’intento ironico, caricaturale di Raimbaut contro i rivali politici del suo mecenate.

Il fatto stesso di menzionare “ser Opetì” testimonia, cioè, la volontà di realizzare una parodia di carattere politico in favore dei Malaspina e contro la Repubblica di Genova, declassandone la lingua.

Non solo: indirettamente il trovatore, dopo aver probabilmente divertito il suo pubblico con il contrasto bilingue, arriva dritto al sodo: chiede un cavallo come ricompensa del servizio offerto. Ma lo fa indirettamente, per scongiurare accuse di sfacciataggine. Va ricordato, infatti, che il cavallo è un simbolo proprio della nobiltà, che non spetterebbe ad un giullare come Raimbaut. Pertanto, non gli resta che sperare di riceverne uno come ricompensa dal suo signore.

Concludiamo sottolineando quanto la figura di Raimbaut sia stata notevole non soltanto per il mondo occitano, ma anche per la futura letteratura italiana. Infatti, nel Medioevo, la lingua prescelta per scrivere poesie sarà proprio il volgare: i poeti della Scuola Siciliana, per esempio, saranno ispirati proprio dalla prassi di trovatori come Raimbaut.

 

Maria Tesoro

 

Per approfondire:

BRUGNOLO FURIO, Plurilinguismo e lirica medievale, Bulzoni, Roma, 1983

SAVIOTTI FEDERICO, http://www.rialto.unina.it/RbVaq/392.7(Saviotti).htm

MARCONI LUDOVICO, VOLPI MIRKO, Antichi documenti dei volgari italiani, Carocci, Roma, 2022

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Written by : Redazione

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