Con il Canto III del Paradiso, Dante Alighieri è nel primo Cielo, quello della Luna, il più vicino alla Terra. È il pomeriggio di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300: Beatrice ha appena chiarito il mistero delle macchie lunari, quando un’improvvisa visione cattura lo sguardo del poeta. Inizia così l’incontro con gli spiriti difettivi, le anime di coloro che, pur giunti alla salvezza eterna, non portarono a compimento i propri voti religiosi.

Dante scorge figure tanto leggere da sembrargli riflessi d’immagini sull’acqua o su un vetro lucido. È una delle descrizioni più delicate e poetiche del Paradiso: in un capovolgimento del mito di Narciso, Dante si volta per cercare le persone reali dietro quei riflessi, ma non trova nulla; solo allora comprende l’errore e scorge il sorriso affettuoso di Beatrice, che lo invita a rivolgersi a quegli spiriti (Paradiso III, vv.10-24):

Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non sì profonde che i fondi sien persi,

 

tornan d’i nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille;

 

tali vid’io più facce a parlar pronte;

per ch’io dentro a l’error contrario corsi

a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.

 

Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

per veder di cui fosser, li occhi torsi;

 

e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

 

Così il poeta si rivolge all’anima che più arde di desiderio di parlare: essa risponde con dolcezza, rivelando di essere stata suora e di chiamarsi Piccarda Donati. Dante la conosceva già in vita, sorella del suo amico Forese e del violento Corso Donati, ma non l’aveva riconosciuta a causa dello splendore divino che ora la trasfigura. Piccarda spiega che lei e gli altri spiriti sono posti nel Cielo più basso non per punizione, ma perché i loro voti non furono pienamente adempiuti. Tuttavia, in Paradiso, la gerarchia non implica disuguaglianza: ogni beato gode di una felicità perfetta, proporzionata alla propria capacità di amare. Quando Dante le chiede se non desiderino un grado più alto di beatitudine, Piccarda sorride e risponde con limpida fermezza: la carità che infiamma i beati fa sì che essi vogliano solo ciò che Dio vuole. Volere e volere divino coincidono perfettamente: è questa l’essenza della beatitudine. È una delle lezioni più profonde del Paradiso: la libertà vera consiste nell’aderire pienamente alla volontà di Dio, che è ordine e amore. Ogni creatura, beata o terrena, trova pace solo quando si muove verso il proprio fine naturale, cioè verso il Bene supremo.

Su invito del poeta, Piccarda racconta poi la sua storia: da fanciulla aveva preso il velo tra le Clarisse, seguendo la regola di santa Chiara d’Assisi. Ma uomini “a mal più ch’a bene usi” la strapparono dal convento e la costrinsero a una vita diversa, sotto l’ordine del fratello Corso. Nonostante la violenza subita, Piccarda conserva nel cuore la fedeltà al voto e alla dolcezza della sua fede. Le sue parole non contengono rancore né lamento, ma una serenità che testimonia la pace dei beati. Ella indica accanto a sé un’anima più splendente: è l’imperatrice Costanza d’Altavilla, anch’ella costretta a lasciare il velo monacale per sposare Enrico VI, da cui nacque Federico II di Svevia (Paradiso III, vv. 97-120):

 

“Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù”, mi disse, “a la cui norma

nel vostro mondo giù si veste e vela,

 

perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo ch’ogne voto accetta

che caritate a suo piacer conforma.

 

Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi

e promisi la via de la sua setta.

 

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

 

E quest’altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che s’accende

di tutto il lume de la spera nostra,

 

ciò ch’io dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

di capo l’ombra de le sacre bende.

 

Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

non fu dal vel del cor già mai disciolta.

 

Quest’è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

generò ’l terzo e l’ultima possanza”.

 

L’intero canto è attraversato dal motivo dell’acqua: gli spiriti appaiono come riflessi, e alla fine Piccarda svanisce lentamente “come cosa in acqua disciolta.” L’immagine suggerisce la continuità tra il mondo terreno e quello celeste, ma anche la dissoluzione dell’individuale nel divino. In questo senso, l’acqua diventa metafora dell’unità cosmica e della grazia che tutto permea.

La luce, invece, domina ogni istante dell’esperienza paradisiaca: Beatrice, con il suo splendore, abbaglia Dante fino a impedirgli di parlare, segno che la verità divina è troppo intensa per essere pienamente compresa dall’uomo. Eppure, proprio in questa luce, Dante scopre la libertà e la pace assoluta: quella di chi ha finalmente compreso che la vera beatitudine consiste nell’aderire, senza riserve, alla volontà di Dio.

Il Canto III del Paradiso segna l’inizio del dialogo fra teologia e umanità che percorre l’intera cantica: Piccarda Donati, umile e dolce, rappresenta la purezza dell’anima che non si ribella al proprio destino, ma lo accoglie come parte dell’ordine divino. La sua figura, ricordata già dal fratello Forese nel Purgatorio, diventa simbolo di una beatitudine quieta, che non nasce dall’assenza del desiderio, ma dal suo perfetto compimento nell’amore di Dio. Attraverso lei, Dante insegna che anche chi non ha potuto compiere pienamente il proprio voto può trovare salvezza, se conserva nel cuore la sincerità dell’intento. È una lezione di misericordia, ma anche di profonda libertà spirituale: quella di chi, come Piccarda, può dire con serenità assoluta che il proprio volere è ormai “nostra pace”.

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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