L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel canto XXXIII dell’Inferno siamo nel pomeriggio del sabato 9 aprile. Il canto XXXIII inizia come un continuum del canto XXXII, in cui Dante dai versi 124 fino alla fine del canto ci descrive una macabra visione: un’anima intenta a mordere il cranio di un altro dannato. Dante parla con quest’anima chiedendogli perché compia un gesto così brutale e chi fosse in vita. Il canto XXXIII inizia con il dannato che solleva la bocca dal suo pasto bestiale (“fiero”), nettandola sui capelli del capo che aveva roso nella parte posteriore. In questo momento l’anima in riposo dal suo “mangiare” si rivolge a Dante: il dannato al solo ricordare la propria storia si sente opprimere il cuore dal dolore implacabile, prima ancora di parlarne. Ma decide ugualmente di raccontare: se le sue parole devono essere il seme che darà frutti d’infamia al traditore che sta stritolando fra i denti, parlerà e piangerà insieme (vv. 1-9): 

 

“La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.”

 

Il dannato non vuole sapere chi sia Dante e come sia riuscito ad arrivare in quel luogo privo di luce essendo vivo, ma dalla sua parlata ha capito che il Poeta è fiorentino. Qui egli si presenta: è il conte Ugolino e l’altro dannato è l’arcivescovo Ruggieri. Si tratta di due personaggi della cronaca del tempo di Dante. La loro storia era conosciuta all’epoca, ma nessuno sapeva come veramente si fossero svolti i fatti. Ugolino racconta che non è necessario spiegare come in conseguenza dei suoi piani malvagi il conte abbia avuto fiducia nell’arcivescovo, sbagliando, poiché venne catturato e poi ucciso. Ma il conte racconterà quello che nessuno ha mai sentito dire, ossia quanto la sua morte sia stata efferata, per far capire a Dante fino a che punto Ruggieri gli abbia recato offesa per il tradimento subito (13-21): 

 

“Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso.”

 

Ugolino racconta di una stretta feritoia all’interno della torre della Muda, la quale aveva anche il nome di “Torre della Fame” per essere stata il luogo della morte del conte e nella quale ancora per molto tempo altri prigionieri verranno rinchiusi. Quella feritoia aveva mostrato attraverso la sua apertura (“forame”) più lune, quando Ugolino fece il sogno funesto che gli svelò il suo futuro: l’arcivescovo Ruggieri appariva nel sogno come guida e signore nel cacciare un lupo e i suoi cuccioli, cioè il conte Ugolino e i suoi figli, verso il monte a causa del quale i pisani non possono scorgere Lucca. Ruggieri nel sogno aveva schierato davanti a sé i Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi insieme con loro le cagne fameliche, ardenti di cacciare ed esperte. Dopo una breve corsa, il padre e i figli sembravano affaticati e al conte sembrava di veder lacerare i loro fianchi dalle aguzze zanne delle cagne. Quando il conte, prima che fosse mattino, si destò, sentì piangere i suoi figli che erano con lui e chiedevano del pane. Il conte si rivolge a Dante con parole molto toccanti (vv.40-42): 

 

Ben se’ crudel, se già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava; 

e se non piangi, di che pianger suoli?” 

 

Il racconto del conte continua: ormai lui e i suoi figli erano svegli, si avvicinava l’ora in cui il cibo veniva loro come al solito portato e ognuno era spaventato a causa del sogno premonitore. Poi il conte udì inchiodare la porta esterna dell’orribile torre, per cui guardò i suoi figliuoli negli occhi senza dire una sola parola. Ugolino non piangeva, ma dentro di sé diventò di pietra; i figli invece piangevano, e Anselmuccio disse (v.51): 

 

“Tu guardi sì, padre! che hai?”.

 

A questa domanda il conte non pianse né rispose per tutto quel giorno e per tutta la notte, finché non apparve nel mondo il sole del giorno successivo. Non appena entrò un po’ di luce nel carcere doloroso, e il conte intravide riflesso nei quattro volti dei suoi figli il suo stesso volto, si morse in un gesto di dolore ambedue le mani; a quel gesto i figli, pensando che il padre lo facesse per fame, si alzarono in piedi e dissero (vv.61-63): 

 

“Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

 

Allora il conte si calmò per non renderli ancora più tristi; per tutto quel giorno e per quello successivo rimasero tutti in silenzio. Perché non si squarciò la terra per porre fine alle loro sofferenze? Quando ormai furono arrivati al quinto giorno, Gaddo, uno dei figli del conte, si gettò davanti a Ugolino dicendo: “Padre mio, perché non mi aiuti?” e ai piedi del conte morì dopo queste parole. Tra il quinto giorno e il sesto, Ugolino vide morire a uno a uno i suoi tre figli; iniziò, ormai cieco, a brancolare su ciascuno dei loro corpi senza vita e per due giorni ancora dopo la loro morte li chiamò. Anche qui, come nel canto V, il racconto del dannato si conclude con una frase emblematica (v.75): 

 

“Poscia, più che il dolor, poté il digiuno”. 

 

Resta il dubbio: vuole indicare che più che dal dolore venne ucciso dalla fame, oppure che compì un gesto di cannibalismo a causa del troppo dolore? Dette queste parole, con gli occhi biechi il conte afferrò nuovamente il teschio dell’arcivescovo miserando con i denti, che arrivarono all’osso, forti come quelli di un cane. Qui troviamo un’invettiva di Dante contro Pisa, definita vergogna dei popoli che abitano il bel paese in cui risuona il sì (l’Italia); dal momento che i vicini si muovono con lentezza per punirla, si muovano la Capraia e la Gorgona, e formino uno sbarramento (“siepe”) sulla foce dell’Arno, in modo che il fiume sommerga ogni suo abitante, poiché, anche se il conte Ugolino aveva la fama di averla tradita nella circostanza dei castelli, non per questo Pisa aveva il diritto di sottoporre a così terribile supplizio i suoi figli.

Qui si interrompe il racconto del conte Ugolino e Dante e Virgilio passano nella terza zona del Cocito, la parte più profonda dell’Inferno, dove la crosta di ghiaccio serra duramente altri dannati, non immersi verticalmente, ma completamente supini. Lì il pianto stesso impedisce loro di piangere, perché le lacrime che trovano un ostacolo negli occhi ritornano dentro a rendere più intensa la sofferenza: le lacrime uscite per prime formano infatti un nodo di ghiaccio e, come visiere di cristallo, riempiono sotto il sopracciglio tutta la cavità dell’occhio. Dante in quel luogo avverte il soffio del vento, per cui domanda alla sua guida chi mai lo produca, dato che ogni vapore è estinto in quel luogo. Virgilio risponde che ben presto saranno nel luogo dove l’occhio di Dante gli darà la risposta, poiché vedrà la causa che fa cadere il vento dall’alto. Ad un certo punto, uno dei dannati immersi nella crosta ghiacciata grida (vv-110-114):

 

“O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,
levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli”.

 

Per cui Dante rivolgendosi al dannato dice che se vorrà il suo aiuto dovrà dirgli chi è, e che se non dovesse liberarlo dall’impedimento gli toccherà andare nello strato più profondo della ghiacciaia. L’anima del peccatore risponde dunque di essere Frate Alberigo; quello dei frutti nati nel terreno del male e che in quel luogo riceve pan per focaccia.

Dante chiede al dannato com’è possibile che sia già morto e il peccatore risponde che nel mondo si trova il suo corpo, ma non può spiegare perché avvenga ciò: la Tolomea ha un privilegio cosiffatto, che spesso l’anima vi cade prima che Atropo tagli il filo della vita. Infatti, non appena l’anima tradisce così odiosamente come fece lo stesso Alberigo, il corpo le è tolto da un demonio che poi lo regge finché non sia interamente trascorso il tempo di vita che gli è assegnato. L’anima precipita nel pozzo dell’Inferno e forse è ancora visibile sulla terra il corpo dell’anima che dietro di lui sverna. Qui Alberigo indica a Dante l’anima di Branca Doria, il quale non è ancora morto eppure già da diversi anni è rinchiuso in quel luogo. Dante a quell’affermazione risponde al dannato che lo vuole ingannare, poiché Branca Doria non è morto, ma mangia, beve e veste panni. Allora il peccatore risponde che su nella bolgia di Malebranche, dove bolle la tenace pece, Michele Zanche non era ancora arrivato quando costui lasciò nel corpo un diavolo in sua vece. 

Dopo queste spiegazioni, Alberigo chiede a Dante di stendere ormai la sua mano verso di lui, per aprirgli gli occhi. Ma il Poeta non lo aiuta e l’essere villano diviene un segno di cortesia nei suoi confronti (vv.148-150):

 

“Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.”

 

Anche qui troviamo una nuova invettiva contro un’altra città italiana, Genova, e contro i genovesi, uomini lontani da ogni buon costume e pieni invece di ogni vizio (vv.151-157): 

 

“Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.”

 

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino

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Written by : Redazione

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