L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel canto XXXIII dell’Inferno siamo nel pomeriggio del sabato 9 aprile. I due poeti si trovano nella quarta zona del nono cerchio, la Giudecca, dove si trovano i traditori dei benefattori: questi sono completamente immersi nel ghiaccio, privati di qualsiasi vita, in assoluta spettralità.

 

“Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira»,

disse ‘l maestro mio, «se tu ‘l discerni”

 

Il XXXIV canto dell’Inferno si apre con queste parole di Virgilio (vv.1-3). Le prime tre formano il primo verso di un inno alla Croce, chiamato appunto Vexilia Regis, che la Chiesa canta nei vespri nel tempo della Passione e nelle feste dell’Invenzione e dell’Esaltazione della

Croce. Virgilio alle parole dell’inno aggiunge inferni, trasformando il significato da “avanzano i vessilli del re” ad “avanzano i vessilli del re dell’Inferno”. Dante descrive l’atmosfera paragonandola al calare della nebbia o della notte e riesce appena a intravedere quello che ha davanti: gli sembra un mulino che crea vento roteando le sue pale. Il vento è forte e Dante è costretto a ripararsi dietro la sua guida, perché non c’era un altro riparo. Arrivati a una distanza da cui è possibile vedere Lucifero, Virgilio si scosta da Dante e gli lascia libera la visuale, dicendogli che quello è Dite e questo è il luogo dove è necessario che raccolga a sé tutta la sua forza (vv.16-21):

 

“Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi”.”

 

Il poeta viene pervaso dal terrore, una sensazione così forte e al di là dell’umana comprensione che sarebbe impossibile da spiegare. Non muore e non resta in vita, resta come in uno stato sospeso tra le due condizioni, tra la vita e la morte (vv. 22-27):

 

Com’io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,

però ch’ogne parlar sarebbe poco.


Io non mori’ e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,

qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

 

Il corpo di Lucifero è conficcato nel ghiaccio ed è tanto grande da non essere misurabile, solo le sue braccia sono ben più grandi dei giganti. Osservandolo, Dante si lascia andare a una considerazione: se fu tanto bello quanto ora è brutto, e se osò addirittura sfidare Dio, allora è giusto che da lui derivi ogni male. Con grande meraviglia Dante osserva che la sua testa ha tre facce: quella centrale è rossa, quella di destra è un bianco giallastro, quella di sinistra è nera. Gli studiosi si sono soffermati molto sull’interpretazione dei colori delle facce di Lucifero: per alcuni studiosi rappresentano ira, avarizia e accidia e per altri sono una contrapposizione alla Trinità divina. Le facce si uniscono al centro della testa, dove alcuni volatili hanno la cresta, e arrivano fino alla metà di ciascuna spalla. Sotto ogni faccia appaiono due grandi ali di pipistrello e il loro movimento genera il vento forte e freddo che gela le acque dell’intero Cocito. Lucifero piange dai suoi sei occhi e dalle sue tre bocche cola bava insanguinata, lacrime e saliva rossa si mischiano e colano. In ogni bocca c’è un peccatore che viene dilaniato. Il dannato dilaniato nella bocca centrale viene colpito anche con graffi tanto violenti da lasciargli a volte la schiena priva di pelle (vv.61-69):

 

“Quell’anima là sù c’ ha maggior pena”,
disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’ hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto”.

 

Virgilio spiega a Dante che l’anima a cui è riservata la pena peggiore appartiene a Giuda Iscariota, il quale è l’unico ad avere la testa dentro le fauci di Lucifero e le gambe fuori; gli altri due, che pendono a testa in giù dalle bocche, sono Bruto, dilaniato dalla testa nera, e Cassio, assegnato a quella giallastra. Nell’ultima zona del Cocito, chiamata Giudecca proprio in riferimento a Giuda, sono puniti i traditori dei propri benefattori. I tre dannati che vediamo nel canto però hanno fatto qualcosa di ben peggiore, qualcosa che gli vale la pena peggiore che esiste nell’universo: essi tradirono l’Impero (Bruto e Cassio, che ordirono la congiura contro Giulio Cesare) e la Chiesa (Giuda, che tradì Gesù Cristo). Essi hanno cospirato contro i pilastri dell’umanità, potere temporale e spirituale, sono per questo puniti dalla fonte stessa di ogni male del mondo, Lucifero.

Dopo aver assistito a questa visione Virgilio rivela che è tempo di andar via perché tutto è stato visto dell’Inferno. Dante si avvinghia al collo del maestro, il quale aspetta il momento in cui le sei ali raggiungono la massima apertura e si arrampica lungo i fianchi di Lucifero, usando i folti peli come appiglio. Arrivati dove la coscia si unisce all’anca, essendo il centro della Terra, la discesa dei pellegrini si trasforma di colpo in una risalita e Dante crede che stiano tornando indietro. Questo avviene a causa della forza di gravità, che in quel punto è al massimo, e Virgilio avverte Dante di tenersi forte perché è necessario andar via dall’Inferno. I due poeti così passano attraverso uno spazio creatosi tra Lucifero e la roccia; Virgilio depone Dante sull’orlo dell’apertura di una grotta e infine si stacca dai peli del demonio e lo raggiunge. A questo punto il poeta vede le gambe capovolte di Lucifero (vv. 100-105):

 

“Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio”, diss’io quando fui dritto,
“a trarmi d’erro un poco mi favella:

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.

 

Dante è però confuso e chiede una spiegazione al suo maestro: chiede dove sia il lago ghiacciato, come Lucifero possa essere piantato nel terreno sottosopra e come si possa in così poco tempo essere passati dalla notte al giorno. Virgilio gli spiega che nel momento in cui sono passati dalla discesa alla salita hanno superato il centro della Terra, adesso sono in una zona dell’altro emisfero che corrisponde come posizione alla Giudecca. In questo emisfero è giorno quando nell’altro è notte e Lucifero è conficcato nel terreno così come cadde dai cieli quando fu sconfitto dagli angeli fedeli a Dio. Quando fu scagliato dal Paradiso, la terra per paura si ritirò ed emerse nell’emisfero dove sono gli esseri umani, lasciando il mare al suo posto.

A questo punto Virgilio e Dante si incamminano e percorrono una distanza pari a quella dell’intero Inferno, seguendo il suono di un ruscello (il Lete) (vv. 127-139):

 

“Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto

d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.”

 Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

 

Il verso finale del Canto (139, E quindi uscimmo a riveder le stelle) termina con la stessa parola, «stelle», con cui terminano i Canti XXXIII di Purgatorio e Paradiso (Purg., XXXIII, 145: puro e disposto a salire a le stelle; Par. XXXIII, 145: l’amor che move il sole e l’altre stelle).

Col canto XXXIV si chiude la prima cantica della Divina Commedia. Questa è l’unica delle tre a essere composta da trentaquattro canti, le altre due ne hanno solo trentatré:

 

“Explicit prima pars Comedie Dantis Alagherii in qua tractatum est de Inferis”.

 

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino

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Written by : Redazione

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