
Raccontate come spedizioni spontanee, spesso disorganizzate e fallimentari, le crociate hanno rappresentato uno spaccato sulla capacità logistica degli eserciti basso medievali. Chi pensava che la guerra nel Medioevo fosse un’attività basata sulla sola speranza di riuscita rimarrà deluso. La preparazione e la pianificazione erano fondamentali. Ne sono un esempio la serie di trattati – ce ne sono arrivati una trentina – sul recupero della Terrasanta, scritti fra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento.
I primi trattati specificamente militari seguirono la caduta di San Giovanni d’Acri del 1291, che chiuse quasi due secoli di presenza latina in Terrasanta. Papa Nicolò IV emanò la bolla Dirum amaritudinis calicem, attraverso la quale, fra le altre cose, venivano banditi dei concili provinciali per ottenere consigli e suggerimenti per stilare dei piani efficaci per riconquistare i territori perduti.
I trattati prodotti, va detto, costituiscono un esempio delle idee che circolavano, degli interessi in ballo di volta in volta e delle strategie tattico-militari dell’epoca.
La precondizione a qualsiasi spedizione viene individuata nella pacificazione dell’Europa: solo unendosi in un’unica grande spedizione sarebbe stato possibile riconquistare la Terrasanta. Quest’idea non era nuova, già nel 1215 papa Innocenzo III aveva intimato ai vari regni cristiani di fare una tregua per focalizzarsi sull’Oriente. Nel 1245 papa Innocenzo IV ci riproverà, seguito nel 1274 da Gregorio X. Tutti tentativi falliti. La seconda metà del Duecento vedrà i primi scontri tra Genova e Venezia, le lotte tra l’imperatore Ludovico IV e i comuni del Nord Italia, per non parlare dei Vespri Siciliani, anni di guerra nel Mezzogiorno tra Angioini e Aragonesi per il controllo della Sicilia.
Un altro aspetto su cui si soffermano è il reclutamento dei soldati. A parte la classica indulgenza, inserita nella ben strutturata disciplina de voto, e la propaganda affidata agli ordini mendicanti, si inizia a far strada un’idea innovativa: non puntare più sulle grandi spedizioni di gente male armata e senza esperienza, ma affidarsi a dei professionisti. Nonostante l’idea del pellegrinaggio di massa non fosse ancora scomparsa, si stava iniziando a pensare di incaricare dei condottieri, di ingaggiare dei soldati esperti per poter avere maggiori possibilità di vittoria. La scelta del condottiero divide gli autori: per giuristi francesi come Pierre Dubois o Guglielmo di Nogaret la scelta ovvia era il re di Francia, per il frate Fidenzio da Padova si doveva ricercare un campione di virtù e di fede, per il mercante Marino Sanudo era necessario un uomo di esperienza soprattutto navale, dato il supporto fondamentale della flotta nel suo piano. Queste diverse visioni mostrano, in realtà, gli interessi personali che muovevano i trattatisti: i due giuristi servivano la corona francese, era ovvio che la indicassero come unica guida possibile, fra Fidenzio vedeva nella riconquista della Terrasanta l’istituzione di un regno di giustizia, fede e virtù, il condottiero non poteva essere da meno, Raimondo Lullo, intellettuale spagnolo animato da una fortissima fede, dal momento che legava la riconquista di Gerusalemme con la definitiva vittoria del cristianesimo su tutte le terre, darà ampio spazio alla liberazione della penisola iberica dagli infedeli, prima tappa della spedizione verso Oriente. 
Non può mancare il finanziamento della spedizione, senza il quale non si sarebbero potute assoldare le truppe, le imbarcazioni e assicurarsi i rifornimenti necessari. Il dibattito su chi dovesse stanziare i fondi era quanto mai acceso: per alcuni dovevano essere i principi secolari a stipendiare le truppe, mentre un’altra parte sarebbe stata messa dalla Chiesa tramite una tassa particolare rivolta a tutti i cristiani, chiamata “decima lionese”, dal nome del concilio di Lione del 1274 che la introdusse; secondo altri andava istituita una nuova tassa i cui proventi sarebbero stati affidati al condottiero; per altri ancora sarebbe dovuto essere il clero, vendendo parte dei suoi beni, a finanziare la spedizione. Questi consigli, va detto, vennero recepiti col tempo, la “decima” continuerà ad essere per molto tempo la principale, se non unica, fonte di finanziamento.
Vediamo, in conclusione, la strategia militare da adottare e il percorso da seguire per giungere in Terrasanta e sconfiggere il nemico.
La strategia principale era composta da due parti: un blocco commerciale all’Egitto, cuore economico del sultanato mamelucco, e trovare alleati a Est per stringere a tenaglia i nemici. Per il primo aspetto i trattati individuavano nei rapporti commerciali con l’Egitto la chiave per poterlo indebolire: senza l’afflusso di merci europee quali legnami e metalli, sarebbe stato difficile per il sultano costruire una flotta e equipaggiare l’esercito. Per il secondo aspetto, invece, l’alleato tipo era individuato nei mongoli. Anche questa era un’idea che circolava già da parecchio tempo, fin dalle spedizioni di Guglielmo di Ruburik e Giovanni da Pian del Carpine, i quali avevano il compito di conoscere questi nuovi invasori e tentare la via diplomatica per accattivarseli e costituire un’alleanza anti saracena. Nella pratica, purtroppo, non si arrivò mai a un’alleanza strutturata.
Per quanto riguarda il percorso da seguire vennero ipotizzate tre vie principali: attraversare i Balcani, la Turchia e attaccare da Nord, usare le navi per sbarcare a Cipro e da lì attaccare, usare le imbarcazioni per raggiungere l’Armenia, regno cristiano che avrebbe potuto dare supporto ai crociati, e poi proseguire a piedi.
Questi trattati ci mostrano non solo la complessità della spedizione e le diversità di pensiero, ma soprattutto la capacità di coordinamento e di progettazione dell’impresa, che destituisce l’idea secondo la quale le crociate erano spostamenti caotici di gente decise senza un vero piano.
Ma veniamo ora a una domanda legittima: questi piani erano attuabili? Sarebbe stato possibile recuperare la Terrasanta con le strategie proposte?
Come abbiamo visto, questi trattati erano scritti dagli autori più vari, con le intenzioni più diverse: questo è il punto di partenza imprescindibile per addentrarsi nel contenuto degli scritti. Vediamo dunque qualcuna di queste strategie per verificarne l’attuabilità.
Frate Fidenzio da Padova prevedeva una grossa spedizione guidata da un “condottiero virtuosissimo”, campione del cristianesimo che, seguendo dei precetti quali l’esser moderato, oculato, prudente, fermo, pio e tenace, avrebbe avuto le migliori possibilità di riuscita. Per quanto il trattato si presenti come un elenco delle virtù cristiane che dovrebbero connotare il capo della spedizione, in opposizione a tutti i peccati che i crociati hanno compiuto e che animano ancora moltissimi signori europei, causa della sconfitta in Oriente, vengono proposte delle tattiche utili sul campo di battaglia: non inseguire gli arcieri nemici a cavallo, abilissimi a fingere una ritirata per poi far cadere gli inseguitori in trappole mortali; far uso dei lancieri per contrastare la carica della cavalleria pesante nemica, mentre, dalle retrovie, i balestrieri tempestavano di frecce la fanteria avversaria, descritta come “non all’altezza del nostro valore”. Questi consigli militari, frutto della vasta esperienza dell’Oriente e dell’esercito nemico propria di Fidenzio, che ci aveva passato molti anni, sono senz’altro utilissimi, tuttavia abbiamo visto come la maggior parte delle teste coronate d’Europa voleva mettersi a capo della spedizione.
Uno scritto più ideologico è quello di Raimondo Lullo, animato da fervore religioso e dalla certezza che il popolo di Cristo si sarebbe messo in marcia per liberare i luoghi santi dalla minaccia dell’infedele. L’autore non si presta nemmeno a definire delle cifre economiche o un quantitativo di soldati: è certo che tutti i veri cristiani avrebbero donato tutto per la causa e che bisognasse prepararsi alla spedizione di massa che sarebbe seguita all’annuncio della nuova crociata. Ora, per quanto l’Europa fosse davvero animata da un fervore religioso, dare per scontato che tutti avrebbero donato fino all’ultima moneta per la causa è irrealistico. Stesso problema si riscontra poi nel tragitto: secondo lo scrittore era necessario liberare prima la Penisola Iberica, per poi compiere una marcia trionfale verso Gerusalemme, vale a dire attraverso chilometri di territorio nemico, senza l’appoggio di rinforzi e senza la garanzia di non finire in una trappola.
Un trattato che invece entra incredibilmente nello specifico è quello del mercante veneziano Marino Sanudo Torsello. L’autore descrive per filo e per segno il numero di imbarcazioni necessarie, il materiale, la ciurma, il numero di uomini trasportabile, la quantità di foraggio per gli animali e di viveri per l’esercito, il numero delle truppe necessarie, che strada prendere, dove attraccare, quanti chilometri al giorno compiere, dove comprare i viveri e anche quali regnanti stranieri sarebbero potuti esser comprati per avere supporto logistico. Cosa potrebbe andare storto in un piano così dettagliato? Moltissimo: intanto la spesa complessiva per 3 anni di spedizione, comprendente il solo blocco commerciale dell’Egitto, è di più di 2 milioni di fiorini d’oro, che salgono a 7 contando anche l’impiego delle truppe per battere, sul campo, l’esercito nemico e conquistare le città. Per avere un’idea del quantitativo di denaro esso corrisponderebbe a circa 30 volte la rendita annuale della corte papale di Avignone. Sarebbe stato possibile mettere insieme una tale somma? Probabilmente si, imponendo tasse altissime, ricorrendo ai prestiti dei giudei e vendendo numerosissime proprietà, ma nessuno era disposto a spendere tanto per l’impresa.
C’era, infine, un altro problema: dall’inizio del Trecento si stava affacciando un nuovo nemico: gli Ottomani. Questi turchi dell’Anatolia stavano salendo alla ribalta quale nuova potenza, arrivando addirittura a porre l’assedio a Costantinopoli nella seconda metà del Quattrocento. Insomma i tempi stavano cambiando e, lentamente, le crociate si spostarono dalla riconquista di Gerusalemme verso il contrasto alle armate ottomane, che avrebbe occupato quasi tre secoli di conflitti.
I trattati, presi nei punti più realistici, potevano essere utili strumenti per il fine crociato, tuttavia erano gli Stati europei a non volersi imbarcare in una spedizione del genere, non tanto perché non volessero, ma perché avevano altro a cui pensare: nel Trecento scoppia la famosa guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia, a metà del secolo ci sarà la diffusione della peste nera, mentre a Oriente, come detto, si farà sempre più preponderante la minaccia turca.
Per noi questi trattati sono la viva testimonianza del pensiero dell’epoca, spesso ideologico, ma altrettanto spesso molto concreto, che ci permette di apprezzare la complessità di una società ancora troppo legata ai concetti di “ignoranza” e “bigottismo”.
Riccardo Benfante
Per approfondire:
LEOPOLD ANTONY, How to Recover the Holy Land: the Crusade Proposals of the Late Thirteenth and Early Fourteenth Centuries, Aldershot, Ashgate, 2000.
MUSARRA ANTONIO, Le crociate. L’Idea, la storia, il mito, Bologna, Il Mulino, 2022.
SCHEIN SYLVIA, Fideles Crucis.1274-1313. Il papato, l’Occidente e la riconquista della Terra Santa, Sesto San Giovanni, Jouvence, 2003.
SHARE THIS STORY ANYWHERE
Join the community
Iscriviti alla nostra community ed entra a far parte dei medievaleggianti.
social media
Seguici sui social per rimanere aggiornato su storia, curiosità ed eventi!

