Secondo un vecchio detto “ferisce più la penna che la spada”. Lo scontro che analizzeremo sarà proprio uno scontro d’inchiostro, che vedrà all’opera le più brillanti menti degli intellettuali del XIII secolo. I protagonisti sono l’imperatore Federico II di Svevia e papa Gregorio IX, a dividerli sarà proprio la storica lotta tra papato e impero. Facciamo un piccolo passo indietro per capire il contesto.

Federico fu incoronato imperatore nel 1220 da papa Onorio III, in quell’occasione fece solenne giuramento di prendere la croce e partire per la nuova crociata che si stava organizzando. Nonostante i numerosi rinvii per poter pacificare il regno siciliano, nel 1227 dovette imbarcarsi per la Terrasanta, ma non fece in tempo a prendere il largo che il sovrano, con buona parte dell’esercito, si ammalarono e dovettero tornare a terra. In quello stesso anno fu eletto come nuovo pontefice Gregorio IX, che al contrario del predecessore che tanto lo aveva favorito, vedeva in Federico una minaccia: l’unione tra impero e regno di Sicilia schiacciava e circondava Roma da ambo i lati. Era il momento di finirla. Con il pretesto dell’ennesimo rinvio alla spedizione il papa scomunicò l’imperatore, che nonostante tutto tenne fede al suo giuramento e partì per Gerusalemme a reclamare il suo regno. Si perché l’anno prima aveva sposato Isabella di Brienne, che portò in dote la corona dell’omonimo regno. Il viaggio fu un successo diplomatico: grazie a una trattativa col sultano Al-Kamil la città santa tornò in mano cristiana. La notizia fece scandalo: un imperatore aveva deciso di scendere a patti con l’infedele invece che battersi per Cristo. O almeno questo fu quello che i suoi nemici dissero per metterlo in difficoltà.

Gregorio passò al contrattacco: sobillò i nobili, sconfitti dall’imperatore in precedenza,  alla rivolta, facendo addirittura trapelare la notizia che fosse morto. Alla notizia delle rivolte Federico tornò precipitosamente in patria. Con il suo ritorno l’opposizione si sciolse come neve al sole. Nel 1230, in un solo anno, la situazione era tornata sotto controllo. L’anno seguente sarà firmata una pace anche col papa. Ma non durerà molto.

Nel 1235, durante la dieta di Magonza, l’imperatore annuncerà una spedizione militare nell’Italia settentrionale per l’anno seguente al fine di ristabilire i diritti imperiali. Con lo spettro del nonno, Federico I Barbarossa, che già si era scontrato con i Comuni, ci fu una sollevazione. Il papa rimase a guardare, sperando nella sconfitta imperiale, ma assistette alla vittoria di Cortenuova del 1237, abbellita dall’invio a Roma del Carroccio. È ora che Gregorio decise di scendere in campo personalmente, aprendo una guerra a suon di versi, citazioni bibliche e retorica per rivendicare il primato papale, e forse anche una superiorità culturale, sull’acerrimo nemico.

In un’epistola inviata ai vescovi nel 1239 si legge:

«Si leva dal mare la bestia piena di nomi blasfemi, la quale, imperversando con i piedi di orso e la bocca di leone, e fatta, nelle altre membra, a mo’ di pantera, apre la sua bocca per bestemmiare contro il nome di Dio e non tralascia di assaltare con simili dardi il Suo tabernacolo e i santi che abitano nel cielo». Dopo aver enunciato i crimini di questa bestia apocalittica, il testo si chiude con la rivelazione dell’identità del mostro: «per poter resistere con chiara verità alle sue menzogne e confutare con argomenti di purezza i suoi inganni, guardate attentamente la testa, il corpo e la coda di questa bestia, di Federico chiamato imperatore».

Il papa dichiara che l’imperatore non è solo un nemico suo, il suo operato sarebbe parte dei segni precedenti all’Apocalisse vaticinata dal Vangelo di Giovanni. 

Federico non rimase con le mani in mano e, coadiuvato dal suo segretario Pier delle Vigne, che ritroviamo anche nel XIII Canto dell’Inferno, rispose al pontefice:

«Colui che ha solo il nome di papa ha scritto che noi siamo la bestia che si leva dal mare, maculata come una pantera. Ma noi diciamo che è lui quella bestia di cui si legge: usciva dal mare un altro cavallo rosso, e chi sedeva su di esso toglieva la pace dalla terra, perché gli uomini possano uccidersi a vicenda».

L’imperatore associa le politiche e le azioni di Gregorio a uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse, colui che porta la guerra nel mondo.

Non fu solo il papa a scagliarsi contro Federico, anche moltissimi monaci scesero in campo rifacendosi alle tesi di Gioacchino da Fiore, monaco e teologo del XII secolo noto, tra le altre cose, di aver redatto uno scritto sull’Apocalisse dove venivano enunciati i segni che avrebbero aperto la fine dei tempi.

Nel 1246, Pier delle Vigne scrisse un’epistola contro le gerarchie ecclesiastiche che ipocritamente denunciavano i vizi di Federico:

«Così, ingrassati delle vostre elemosine, questi poveri di Cristo vengono nutriti, loro che, in ricompensa del beneficio, almeno per mostra di gratitudine vi si mostrano ossequiosi, dal momento che quanto più con liberalità stendete le mani a loro bisognosi, con tanto maggiore avidità ghermiscono non solo le mani, ma anche i gomiti, stringendovi nel loro laccio, come uccellini, che quanto più forte cercano di liberarsi, tanto più saldamente si trovano stretti».

Per più di dieci anni, fino alla morte di Federico II nel 1250, andò avanti questa guerra di scritti, che rappresentano, oltre al tentativo di imporre il primato papale o imperiale, una straordinaria testimonianza della cultura del tempo e dell’abilità retorica degli intellettuali che lavoravano nelle cancellerie.

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

ABULAFIA DAVID, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi, Torino, 2015.

DELLE DONNE FULVIO, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia, Carocci Editore, Roma, 2019.

Il papa e l’Anticristo: poteri universali e attese escatologiche all’epoca di Innocenzo IV e Federico II, in «Archivio Normanno-Svevo. Testi e studi sul mondo euromediterraneo dei secoli XI-XIII del Centro Europeo di Studi Normanni», 4, 2013-2014, pp. 17-43.

KANTOROWICZ ERNST, Federico II imperatore, Garzanti Editore, Milano, 2017.

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