Quando l’Agnello aperse il settimo sigillo nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora; e vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio e furono loro date sette trombe.

Apocalisse 8:1-2

 

Una coro solenne ed un cielo plumbeo, mentre una voce fuori campo recita questi versi dell’Apocalisse; un cavaliere disteso su una spiaggia di sassi con a fianco una scacchiera, e poco distante il suo scudiero nelle stesse pietose condizioni. Il cavaliere si inginocchia nell’atto di pregare, ma il suo animo, la sua fede, non regge. Ecco apparire una figura ammantata di nero, di cui possiamo distinguere solo il volto.

 

Chi sei tu?

 

Sono la Morte*.

 

Sei venuta a prendermi?

 

È già da molto che ti cammino a fianco.

 

Me ne ero accorto.

 

Sei pronto?

 

Non sono passati neanche cinque minuti ed è subito chiaro allo spettatore che non siamo di fronte ad un Medioevo da fiaba, che non ci aspetta la spensieratezza di Il destino di un cavaliere né la glorificazione dell’eroe martire di Braveheart, ma Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) di Ingmar Bergman è un capolavoro della cinematografia che, pur nei suoi toni cupi e nelle sue scene in bianco e nero, non cessa di affascinare.

Uscito nelle sale nel 1957, il soggetto del film viene da una precedente opera teatrale di Bergman stesso, Pittura su legno (Trämålning), dramma in unico atto scritto nel 1954 per i suoi allievi dell’Accademia del teatro di Malmö.

Sceneggiatore e regista, in questo film Bergman ci racconta la tormentata fede del cavaliere Antonius Block (interpretato da Max von Sydow), di ritorno in patria, in Svezia, delle crociate, solo per trovare la propria terra devastata dal diffondersi della peste.

Il suo primo incontro pare essere proprio con la Morte in persona, dalla quale cerca di ottenere più tempo per provare a dipanare i propri dilemmi sfidandola a scacchi, sapendo, ci dice, da quadri e leggende che il Tristo Mietitore vi si diletta.

 

Ma la storia del cavaliere Block e del suo scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand), tanto loquace quanto cinico e irriverente nei confronti della religione, non è l’unica ad occupare lo schermo: le loro vite si intrecciano con quelle di altri personaggi che incontrano sulla via che li ricondurrà al castello da cui partirono dieci anni prima. Personaggi che restano senza nome come il pittore che sta affrescando una chiesa con una danza macabra, o come la strega, poco più che bambina, accusata di aver giaciuto col diavolo, di essere la causa della pestilenza e pertanto condannata al rogo, ma anche personaggi dalla rilevanza maggiore, come la piccola compagnia di attori. Il capocomico Skat viaggia in carretto con la famigliola di Jof (Nils Poppe), la moglie Mia (Bibi Andersson) e il piccolo Mikael. I nomi di questa famiglia sono rivelatori del loro particolare destino, ricordando la Sacra Famiglia di Giuseppe e Maria – Mikael non è identificabile come il Salvatore, ma porta comunque un nome importante, che richiama l’arcangelo Michele. Lo stato di grazia è rimarcato dalle visioni di Jof, il quale vede angeli e diavoli, e nella prima scena che ce lo presenta ha addirittura il privilegio di vedere la Madonna passeggiare assieme al Bambinello.

È stridente qui il contrasto col cavaliere: questi cerca disperatamente una prova dell’esistenza di Dio dopo tutte le atrocità viste in guerra, mentre all’attore, nella sua vita semplice, è concesso di poter ammirare il Divino senza nemmeno averne espresso il desiderio.

 

L’ambientazione medievale distanzia Il settimo sigillo dal suo tempo, ed il Medioevo non storicamente accurato, in larga parte atemporale, lo consegna ad un tempo altro, sempre attuale nei suoi dilemmi, eterno e atavico. L’opera riflette inoltre il periodo della vita di Bergman in cui viene realizzata, dove i suoi dubbi spirituali, frutto del difficile rapporto col padre, trapelano e in parte si incarnano nel cavaliere Antonius Block.

Ernst Ingmar Bergman (1918-2007) era infatti figlio di un pastore protestante luterano, che gli impartì un’educazione severa e repressiva, tanto che l’ombra del padre compare in varie sue opere.

Dopo una laurea in letteratura, il giovane Ingmar si dedica poi al teatro, scrivendo drammi. La sua carriera nel mondo del cinema inizia nel 1944, inizialmente proprio come sceneggiatore poi come regista. Nel 1956 al suo Sorrisi di una notte d’estate (Sommarnattens leende, 1955) viene conferito un premio per l’umorismo poetico al Festival di Cannes, attirando l’attenzione del pubblico e della critica internazionali. Sempre al Festival di Cannes, Il settimo sigillo riceve l’anno seguente il premio speciale della giuria.

 

Sebbene non lo si possa certamente definire un’allegra forma di intrattenimento come spesso è il medievalismo cinematografico, che ci regala una piacevole pausa dalle problematiche di tutti i giorni, Il settimo sigillo compie un’operazione in un certo senso inversa, allontanandoci sì dalla quotidianità, ma per porci di fronte agli eterni dilemmi dell’uomo; questo non deve però spaventare lo spettatore, perché la bellezza delle scene simili a quadri (anche se in bianco e nero), i dialoghi ricchi non solo di riflessioni ma anche di poesia e la dolcezza che riesce comunque a fiorire anche in un contesto, è il caso di dire, apocalittico rendono questo film un capolavoro che tutto il tempo speso a guardarlo. E riguardarlo.

 

Valérie Morisi

 

*La morte, che noi italiani siamo abituati a considerare soprattutto al femminile, in altre culture può essere anche un’entità maschile, per cui il doppiaggio in italiano, con l’uso del femminile nel rivolgersi all’attore Bengt Ekerot che interpreta la Nera Signora, potrebbe da principio stupire.

 

Per approfondire:

 

BERGMAN INGMAR, Il settimo sigillo, Iperborea, Milano 1994.

 

BERGMAN INGMAR, Pittura su legno, Einaudi, Torino 2001.

 

MARINI FABRIZIO, Ingmar Bergman. Il settimo sigillo, Lindau, Torino 2002.

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Written by : Redazione

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