La nascita dei giudicati

Dal IX sec. è attestata la presenza, in Sardegna, di una classe dirigente locale in contatto col papato romano e la corte imperiale franca. La crisi di Bisanzio nel Mediterraneo occidentale, la conquista araba della Sicilia e le incursioni islamiche dal Nordafrica e dalla penisola iberica avrebbero contribuito al sempre maggiore distacco dell’isola dall’Impero d’Oriente.

Distacco che, come in altre aree dell’Italia meridionale, avrebbe portato a una progressiva riorganizzazione politico-amministrativa del territorio, che già era stato suddiviso in mereies (o partes).

Non sono chiari i tempi e i modi del distacco della Sardegna dall’Impero Bizantino. Sono numerosi gli indizi di un perdurare dei legami dell’isola col mondo greco-orientale ancora nel IX-X sec., periodo nel quale è attestata la presenza di un unico arconte o iudex al vertice politico e militare dell’isola.

A partire dalla seconda metà dell’XI sec. le fonti attestano invece una Sardegna suddivisa in quattro entità politico-amministrative: i giudicati. Gli storici si dividono tutt’ora circa le origini dei regni giudicali, benché nessun documento conforterebbe l’ipotesi, avanzata da una parte della storiografia, di una quadripartizione dell’isola dagli inizi del X se non dal IX sec.

Alcune famiglie, di probabile ascendenza greco-bizantina (come testimonierebbe in parte anche l’onomastica: Lacon-Gunale; Athen), avrebbero probabilmente dinastizzato quelle che, originariamente, erano state delle cariche amministrative e militari bizantine.

 

La struttura politico-amministrativa e socio-economica dei regni giudicali

Poco dopo la metà del Mille, la Sardegna è dunque suddivisa in quattro regni giudicali:

  • Càlari (Cagliari) o Pluminos
  • Arborea
  • Torres o Logudoro
  • Gallura
Carta della Sardegna medievale divisa in giudicati

I giudicati

 

In ogni giudicato (logu, rennu) il vertice del potere politico-militare era detenuto da un giudice (iudex/judike, rex/rege), che ricalcava, pertanto, le funzioni del praeses e del dux bizantino. L’ascesa al trono giudicale era regolata dal diritto di successione.

La prassi prevedeva, inoltre, che l’assemblea (Corona de Logu) dei maiorales, (i maggiorenti, grandi possessori di terre), dell’alto clero e dei liberos (gli uomini liberi, piccoli proprietari terrieri) si riunisse per confermare la nomina del giudice.

Secondo la concezione romano-bizantina dello stato, il territorio del giudicato, a differenza delle coeve entità politiche dell’Europa medievale, era indivisibile e inalienabile: la Sardegna non conosceva dunque l’ordinamento feudale.

Un armentariu de pegugiare si occupava del patrimonio privato del giudice, mentre un armentariu de rennu si occupava dell’amministrazione dei beni del demanio pubblico.

Era presente una guardia armata del giudice (kita de buiakesos) e un maiore de janna, il guardiano del palazzo giudicale. Sono inoltre attestate delle cancellerie giudicali, con alla testa un kancellarius, sovente un ecclesiastico.

Ogni giudicato era articolato in distretti amministrativi, le curatorìe (curadorias), con a capo dei curatori (curadores). Ogni curatorìa era composta da tre-cinque ville (bidde), villaggi di 10-20 nuclei familiari. Si tratta di una ripartizione territoriale che si riscontra tuttora nella suddivisione amministrativa delle regioni storiche della Sardegna, che sovente hanno mantenuto il toponimo delle antiche curatorìe (Anglona, Montacuto, Meilogu, Planargia, Marghine, Mandrolisai etc.).

Presso i villaggi, il curatore presiedeva le periodiche assemblee giudiziarie (Corona de Curadorìa). Composte dagli uomini liberi del luogo, esse avevano la prerogativa di nominare il maiore de villa, il quale, a capo di un piccolo gruppo di funzionari (boni homines), gestiva l’amministrazione del villaggio e la giustizia di prima istanza.

Un’idea della conformazione di questi villaggi si può avere attraverso una visita al borgo storico di Tratalias, antico centro della diocesi di Sulcis; alcuni villaggi scomparsi del Logudoro, come Geridu, sono stati invece oggetto di recenti scavi archeologici. 

I giudici e il loro apparato di funzionari si spostavano all’interno delle curatorìe, soprattutto per l’amministrazione e la celebrazione dei processi (kertos) di seconda istanza. Come usuale nelle entità statuali medievali, non esistevano delle capitali giudicali, benché, progressivamente, alcuni centri divennero sede privilegiata del potere dei giudici:

  • in Gallura, la rifondata città di Olbia (Terranova)
  • nel Logudoro, Ardara e successivamente Sassari
  • in Arborea, Tharros e, col progressivo abbandono di quest’ultima, Oristano
  • nel giudicato di Cagliari, Santa Igia, sulle sponde dell’attuale stagno di Santa Gilla. 

Il sistema tributario poggiava, come quello bizantino, sull’esazione di imposte dirette e indirette e su prestazioni di carattere personale sulle terre pubbliche (terre de rennu) e su quelle private del giudice e dei maggiorenti locali (donnicalie).

In ogni villaggio il territorio era costituito dalle terre demaniali, sulle quali occorreva pagare un affitto, e dalle terre della comunità, sulle quali si poteva coltivare liberamente (bidatzone). Ogni anno la comunità doveva pagare al giudice una quota di tributi in natura, versata all’armentariu.

Vi erano poi zone adibite a pascolo (saltu) e alle domestie, insediamenti servili adibiti a masserizia.

Al vertice della gerarchia sociale vi erano i grandi proprietari terrieri (donnos), solitamente legati alle famiglie giudicali, i cui eredi venivano appellati donnikellos. Vi erano poi gli uomini liberi (liberos) e i servi (servos e ankillas).

Questi ultimi erano legati a un padrone o a un ente laico o religioso per le loro prestazioni lavorative, sulle quali si poggiava l’economia agro-pastorale dei regni giudicali. I servi potevano essere integri, se legati interamente a un signore; laterati, se legati a due signori; pedati, se legati a più signori. Vi è inoltre attestazione documentaria di liberti, ovvero servi affrancati.

I servi avevano, ad ogni modo, personalità giuridica, potendo possedere beni, donare e testimoniare nei processi.

La Chiesa sarda in età giudicale

Tutte queste informazioni sulla civiltà giudicale si evincono soprattutto dai condaghes (dal greco kontákion), i registri patrimoniali di alcuni enti ecclesiastici e religiosi – soprattutto monasteri – dell’isola, redatti in volgare sardo-logudorese o sardo-arborense e risalenti al XII-XIV sec.

La crescita dell’influenza della Chiesa romana e del papato sull’Occidente, a seguito della riforma gregoriana e della lotta per le investiture, si sarebbe infatti fatta sentire anche in Sardegna.

Dall’XI sec. i pontefici, anche a seguito dello scisma con la Chiesa ortodossa (1054), iniziarono a spingere i giudici sardi all’abbandono delle tradizioni greco-bizantine, per riallacciarsi alla tradizione romana.

La struttura ecclesiastica della Sardegna era del resto molto legata al territorio, suddiviso in una ventina di diocesi, quasi tutte precedenti alla formazione dei regni giudicali.  

Il papato rivendicò dunque un dominio eminente sull’isola, anche in virtù della nota – e falsa – Donazione di Costantino.

Il veicolo della diffusione della riforma gregoriana e della liturgia romana in Sardegna sarebbero stati gli ordini monastici riformati:

  • Cassinesi
  • Vittorini
  • Camaldolesi
  • Vallombrosani
  • Cistercensi,

ai quali furono fatte, soprattutto dai giudici e dai maggiorenti del territorio, concessioni di terre e servi. Si trattò di un profondo rinnovamento religioso, culturale e delle tecniche agro-pastorali, per non parlare dell’intenso influsso artistico foriero di modelli architettonici del Romanico italico, del quale restano, ai giorni nostri, splendide testimonianze monumentali nelle decine di chiese urbane e, soprattutto, rurali del XII-XIII sec., opera di maestranze lombarde e toscane radicatesi sul territorio.

Alcuni ordini benedettini si sarebbero specializzati nella coltura del sale, una delle maggiori esportazioni dalla Sardegna, razionalizzata dai monaci e, in seguito, dai mercanti pisani e genovesi. 

L’influenza economica e la progressiva egemonia politica di Pisa e Genova

Dall’XI sec. le città marinare di Pisa e Genova si erano rafforzate militarmente e commercialmente, facendo leva sulle proprie flotte per il controllo del Mediterraneo occidentale. In funzione della difesa dai tentativi di invasione islamica, i giudicati sardi avevano avviato una serie di rapporti politici con le due repubbliche marinare.

Contatti certamente agevolati anche dalla conformazione geografica dei territori: nell’ottica di una prevalente navigazione di cabotaggio, dalla Toscana e dalla Liguria si poteva infatti raggiungere agilmente la Sardegna navigando sotto costa e in vista di terraferma, passando lungo la riviera della Corsica orientale e costeggiando l’Arcipelago toscano. 

Alle flotte pisane e genovesi si aggiungeva, inoltre, la marineria catalana, in fase di forte espansione.

Nel 1114-1115 il conte di Barcellona, Ramon Berenguer III, fu a capo di una spedizione contro i musulmani delle isole Baleari, che, già un secolo prima, sotto la guida di Mujāhid (Musetto o Mugetto nelle cronache pisane), signore della Taifa di Dénia, avevano tentato di conquistare la Sardegna.

In entrambe le occasioni, fondamentale fu il ruolo delle flotte pisane e genovesi, le quali, del resto, dalla fine dell’XI sec. erano parte integrante, nel Mediterraneo orientale, del movimento crociato.

Alla stessa cultura della crociata avrebbero preso parte, finanziariamente e personalmente, vescovi e giudici sardi. Tra essi, il giudice Gonario II di Torres (1127-1153), che, dopo un pellegrinaggio in Terrasanta, si sarebbe fatto monaco presso l’abbazia cistercense di Clairvaux, come vivacemente tramandato da un’anonima cronaca in lingua sarda, il Libellus iudicum Turritanorum.

In questo contesto, i giudici di Cagliari e di Torres iniziarono a concedere terre e servi (donnicalie) a potenti famiglie pisane e genovesi, nonché chiese e beni fondiari alle chiese cattedrali di Santa Maria di Pisa e San Lorenzo di Genova.

Torre a pianta quadrata si staglia sullo sfondo del cielo

Torre dell’elefante a Cagliari

 

Mercanti, armatori e artigiani pisani e genovesi iniziarono dunque a inserirsi, progressivamente, nella struttura socio-economica dei regni giudicali, anche attraverso la vendita di merci e importanti prestiti alle famiglie dei giudici.

La fiscalità dei giudicati sardi finì dunque, progressivamente, sotto il controllo dei mercanti di Pisa e Genova. Inoltre, dalla metà dell’XI sec., le famiglie giudicali iniziarono a imparentarsi con importanti famiglie signorili pisane e genovesi, nonché con l’alta feudalità italica e catalana.

Sulla scia dei conflitti fra Pisa e Genova per il predominio del Mediterraneo occidentale, la Sardegna, fra XII e XIII sec., entrò anche nell’orbita delle lotte fra guelfi e ghibellini.

Il giudice Barisone I di Arborea (1146-1185) ricevette un grosso appoggio finanziario dai genovesi per ottenere, nel 1164, il formale titolo di re di Sardegna dall’imperatore Federico Barbarossa (1152-1190), in funzione anti-pisana. La mancata onoranza del debito da parte del giudice avrebbe comportato un forzato soggiorno coatto a Genova. Al contempo, i pisani ottennero titoli di infeudazione su vasti territori.

In queste lotte interne ai giudicati, Pisa e Genova consolidarono ulteriormente il proprio potere socio-economico nell’isola. Alla metà del Duecento, nel contesto delle lotte fra i comuni dell’Italia centro-settentrionale e fra Papato e Impero, sarebbe stato invece Enzo, figlio di Federico II, a ottenere il titolo nominale di re di Sardegna, attraverso un matrimonio con la giudicessa Adelasia di Torres. 

 

La fine dei giudicati di Càlari, Torres e Gallura

Dalla metà del XIII sec., attraverso alcuni importanti lignaggi comitali e signorili (Visconti, Massa, Donoratico a Pisa; Doria e Malaspina a Genova), imparentatisi con le famiglie giudicali, le due repubbliche marinare sarebbero così giunte a ottenere il controllo territoriale dei regni giudicali di Càlari (1258), Torres (1259) e Gallura (1288). I Doria avrebbero fondato Alghero e Castelgenovese (attuale Castelsardo), mentre i Malaspina erano a capo di una signoria facente perno sul centro incastellato di Bosa.

Veduta panoramica del colorato borgo di Bosa con il castello sullo sfondo

Il borgo e il castello di Bosa

 

Sia il Comune di Genova che il Comune di Pisa avrebbero inoltre favorito la fondazione di alcune città comunali: Sassari, città mercantile e commerciale sotto influsso genovese e dotata di suoi statuti; Iglesias, città mineraria sotto influsso pisano fondata dal famoso conte Ugolino della Gherardesca e dotata di un suo codice legislativo, il Breve di Villa di Chiesa, vergato all’inizio del Trecento in volgare pisano.

Il rafforzamento delle strutture urbane rispetto alle strutture rurali è del resto uno dei tratti caratteristici di una Sardegna ormai entrata nell’orbita politica e commerciale pisano-genovese. Avrebbe mantenuto invece una sua autonomia il Giudicato d’Arborea.

Pisa e Genova avrebbero tratto dalla Sardegna una grossa parte della loro fortuna economica, oltre al controllo delle rotte commerciali tirreniche. I territori del giudicato d’Arborea e delle curatorìe pisane di Gippi e Trexenta erano connotati da una ricca produzione cerealicola; fiorenti erano le saline del cagliaritano, ricche le miniere argentifere del Sulcis e del Sigerro, preziosi i coralli pescati nell’area di Alghero, senza contare i prodotti delle attività agro-pastorali locali: pellami, formaggi, carni, vino, olio, frutta secca.

La città fortificata e il porto di Castel di Castro (Cagliari), fondato dai pisani all’inizio del Duecento e la cui attività era regolamentata dal Breve portus Kallaretani, garantiva la commercializzazione dei prodotti del territorio, nonché l’importazione di spezie, pannilana e generi di lusso.

Intorno al 1320, poco prima della conquista catalano-aragonese, le miniere dell’Iglesiente avrebbero prodotto il 5% di tutto l’argento europeo.

 

Francesco Borghero

 

Per approfondire:

FRANCESCO ARTIZZU, La Sardegna pisana e genovese, Chiarella, Sassari, 1985

ALBERTO BOSCOLO, La Sardegna dei Giudicati, Edizioni Della Torre, Cagliari, 1979

GIUSEPPE MELONI, L’origine dei giudicati, in Storia della Sardegna. 1. Dalle origini al Settecento, a cura di Manlio Brigaglia; Attilio Mastino; Gian Giacomo Ortu, Laterza, Roma-Bari, 2006, pp. 70-93

GIAN GIACOMO ORTU, La Sardegna dei Giudici, Il Maestrale, Nuoro, 2005 

OLIVETTA SCHENA; SERGIO TOGNETTI, La Sardegna medievale nel contesto italiano e mediterraneo (secc. XI-XV), Monduzzi, Noceto (PR), 2011

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Written by : Redazione

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