«Nello specchio della letteratura, la società cavalleresca si contempla; o, piuttosto, essa guarda e ammira l’immagine che vuol dare di sé ».

Con queste parole lo storico Jean Flori commentava l’epica cavalleresca, genere celebre della letteratura medievale europea. 

Orlando, protagonista della famosissima Chanson de Roland, ha rappresentato per moltissimo tempo il prototipo del perfetto cavaliere: leale, valoroso, prudente, coraggioso, d’animo nobile. Da dove provengono questi ideali? Come nacquero e come si svilupparono? Erano davvero il codice morale del nobiluomo a cavallo o semplici costruzioni della letteratura epica?

La letteratura epica seguì gli sviluppi della cavalleria tra XI e XIV secolo, vale a dire il lungo processo della sua istituzionalizzazione e della progressiva chiusura in un circolo nobiliare. Il mito di Orlando, il Lancelot, la Queste du Graal e le numerose altre opere, ci parlano del mondo in cui i cavalieri operano. Fermo restando che non tutto quello che viene cantato sia vero – intercessione dei santi, miracoli, armi benedette – possiamo capire molto degli ideali che guidavano i nostri guerrieri.

Come abbiamo visto coloro che si ponevano al servizio di un signore, ottenendo uno stipendio, un alloggio o un feudo, lo ripagavano con la fedeltà. Ecco il primo dei valori fondamentali: la lealtà verso il proprio signore. Orlando decide di non suonare il corno per non mettere in pericolo Carlo e decide di respingere l’attacco con la sola retroguardia, finendo ucciso.

Il coraggio e l’obbedienza erano altri due valori fondamentali: coraggio in battaglia sicuramente, obbedienza al proprio signore, ma non solo. Il cavaliere del XI secolo deve molto all’influenza che il cristianesimo tentò di operare sul piano letterario. Per cercare di trasformare quei bellicosi soldati a cavallo in guerrieri più mansueti si inventeranno i santi militari – san Giorgio, san Sebastiano, san Demetrio, … – che cercheranno di indirizzare la violenza verso degli scopi più nobili. Queste virtù verranno così declinate, almeno nelle intenzioni del clero, come l’obbedienza alla Chiesa e ai dettami di Cristo e il coraggio di sopportare il martirio. Va detto che, al di là di elementi mistico-religiosi, il tema della sopportazione della fatica sarà quasi sempre vista in funzione del proprio signore verso cui si giurava lealtà.

Ma martirio per cosa?

Per recuperare la Terrasanta: è a cavallo tra XI e XII secolo che presero avvio le crociate.

Per recuperare e mantenere i luoghi santi servivano le armi. Servivano dei cavalieri di Cristo. Ecco che nasceranno degli ordini militari – Templari, Ospitalieri, Teutonici – che introdurranno altri valori imprescindibili: la solidarietà e la difesa degli inermi. Una solidarietà cameratesca, quasi fratellanza, data dal fatto che si viveva, ci si allenava, si combatteva e , spesso, si moriva insieme.

Un mondo di fedeltà e di guerra senza dubbio, ma anche un mondo di avventure. Il mito del cavaliere errante che viaggia alla ricerca di fortuna e sfide non è stato inventato dalla letteratura, ma nasce dalla società feudale dove si privilegiava il primo figlio maschio nella successione. Gli altri dovevano trovarsi un mantenimento. Ecco che nei tornei ci si lanciava in prodezze nella speranza di essere assunti alle dipendenze di qualche signore. Il cavaliere impavido doveva dar prova di sé per poter sopravvivere, costituendo un altra virtù fondamentale. Colui che si dimostrava codardo non sarebbe mai stato preso nel circolo di qualche signore, perché non portava nulla di concreto. 

Coraggio, nobiltà d’animo, fedeltà verso il signore, solidarietà, obbedienza; questi i valori fondamentali, ma non i soli. Chi ha visto i film della Disney avrà notato che quasi sempre c’è la principessa in pericolo e il nobile principe che corre in suo aiuto ispirato dall’amore. Il tema dell’amore per la dama – l’amor cortese – è un’altra virtù del cavaliere. Nato da un fenomeno mondano, il servo di un signore che si innamora di una cortigiana, a volte la stessa dama del suo signore, questo tipo di amore viene cantato come quel sentimento che spinge il prode cavaliere a mettere tutto se stesso nel mostrarsi degno di fama e onori. Nel Lancillotto di Chrétien de Troyes, poeta francese vissuto nel XII secolo, il protagonista si lancia nel salvataggio della regina Ginevra, tenuta ostaggio da un signore malvagio. È in questo senso che veniva concepito l’amore: mostrarsi prodi verso una nobildonna, ottenendo un aumento della propria fama quale cavaliere coraggioso poiché disposto a darsi totalmente per la causa. 

La letteratura cavalleresca, che cambierà connotati, modelli e stili durante i secoli, è un mezzo perfetto per comprendere i valori che i cavalieri ritenevano importanti. Con la nascita della cavalleria, e il suo sviluppo, nacquero, e si modificarono, anche le virtù. L’epica fu, tornando alle parole di Jean Flori, lo specchio della cavalleria che influenzò notevolmente anche gli occhi di chi, numerosi secoli dopo, cercò di creare il mito del principe azzurro e del cavaliere senza macchia e senza paura.

 

Riccardo Benfante

 

Per approfondire:

CARDINI FRANCO, Il guerriero e il cavaliere, in Jacques Le Goff (a cura di), L’uomo medievale, Editori Laterza, Roma, 2006.

COSTANTINI CARLO, L’iconografia del cavaliere medievale, Tau Editore, Todi, 2009.

FLORI JEAN, La cavalleria medievale, Il Mulino, Bologna 2016.

 

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