L’Inferno è la prima delle tre Cantiche che compongono l’Opera Magna di Dante Alighieri. Dante ha iniziato il suo viaggio, e quello dell’anima di tutti gli uomini, trovandosi nella selva oscura nella notte del 7 aprile, giovedì santo, e l’alba dell’8 aprile, il venerdì santo, dell’anno 1300. Nel quindicesimo canto dell’Inferno siamo all’alba del sabato 9 aprile. Siamo all’interno del terzo girone del VII Cerchio lungo l’argine del fiume Flegetonte. Dante e Virgilio qui incontrano una nuova schiera di violenti: coloro che hanno commesso violenza contro natura, cioè gli omosessuali, che camminano sotto una fitta grandine di fuoco. Questa la loro pena del contrappasso: bruciati dalla passione dei sensi contro l’ordine naturale, vengono ustionati da fuochi ardenti dai quali cercano sollievo correndo, come se fosse pioggia. I poeti camminano su uno dei due margini del girone, in cui il vapore del fiume protegge dalle piccole schegge di fuoco che cadono sul sabbione. Dante, per far ben comprendere al lettore il luogo in cui si trova, lo pone a paragone con due luoghi: uno nelle Fiandre, l’altro in Italia, il Brenta. I due pellegrini scorgono una schiera d’anime che correva lungo l’argine, e ciascuna aguzzava la vista per vedere meglio le persone non colpite dalla grandine infuocata: Dante per far comprendere lo sguardo dei dannati crea una similitudine con poche parole (vv. 20-21):

 

“aguzzavan le ciglia/ come vecchio sartor fa nella cruna”.

 

A un certo punto, uno dei dannati riconosce Dante: lo prese per il lembo del vestito gridando: “Qual maraviglia!”. Il “cotto” aspetto del dannato non impedisce però al Poeta di riconoscerlo, il quale risponde all’esclamazione precedente con una risposta ricca di stupore: “Siete voi qui, ser Brunetto?”, sorprendendosi per la condanna del dannato al girone dei sodomiti. Si tratta di Brunetto Latini, maestro di Dante negli anni della sua formazione letteraria giovanile: nato a Firenze intorno al 1220, nel 1294 nel capoluogo toscano concluse la vita. Notaio, ambasciatore presso il re di Castiglia Alfonso X, dopo la sconfitta di Montaperti (1260) si esiliò volontariamente a Parigi. Tornato in Italia, fu priore nel 1287. È ricordato per l’opera enciclopedica Tresor, scritta in lingua d’oil, e per due poemetti didattici in volgare: il Tesoretto e il Favolello. All’esclamazione di Dante, Brunetto lo chiama “figliol mio”, avanzando un timido invito a parlargli per una parte del percorso, rallentando il cammino. Dante è commosso e risponde che, se il Virgilio vuole, egli è disposto a sedersi con lui, ma Latini spiega che la sosta gli costerebbe cent’anni di immobilità senza possibilità alcuna di cercare sollievo dal fuoco correndo. Perciò Dante cammina col suo maestro trovandosi in una posizione più alta rispetto al Latini, e nonostante la sorpresa di vedere il maestro condannato per sodomia, Dante esprime con il corpo e con la parola una profonda riverenza. Infatti la dichiarazione di gratitudine verso Brunetto si mescola all’amore del discepolo per il maestro (vv. 82-87):

 

“ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora, 

la cara e buona immagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

 e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna”.

 

Sicuramente in tutto il canto non si percepisce neanche un minimo segnale di vergogna da parte di Dante nei confronti del suo maestro, anzi il Poeta con le sue parole rassicura Latini di una stima immutata nel corso del tempo. Dante ribadisce che non saranno ricordate solo le lezioni morali apprese da Brunetto Latini, ma anche che, fin quando Dante vivrà, la riconoscenza del discepolo verso il maestro sarà chiara a tutti per lungo tempo a venire. Prima di continuare il suo cammino nel regno

infernale, Dante chiede al dannato di rivelargli i nomi dei suoi compagni più noti e più importanti. Brunetto Latini risponde che di molti è meglio non svelare l’identità, anche perché il tempo a disposizione ancora per parlare è davvero breve. Rivela però il Latini (vv. 106- 114):

 

“In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d’un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,

s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi

fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,

dove lasciò li mal protesi nervi.”

 

A conclusione del dialogo fra maestro e discepolo, Brunetto Latini chiede a Dante una delle promesse più intense della Commedia (vv. 119-120):

 

“Siete raccomandato il mio Tesoro,

 nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”.

 

Con questi due versi Dante rivela al lettore l’eternità dell’opera letteraria, in grado di esaltare l’uomo, il suo pensiero e renderlo immortale. Detto questo il dannato si allontanò velocemente per raggiungere i suoi compagni di pena, e Dante descrive il maestro come un vincitore, dopo aver vinto una giostra (vv.121- 124): 

 

“e parve di costoro

 quelli che vince, non colui che perde”.

 

 

 

Martina Michelangeli x Medievaleggiando

 

 

Per approfondire:

ALIGHIERI DANTE, La Divina Commedia: a cura di Natalino Sapegno, Cetra, Torino 1961

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Written by : Redazione

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