
Cari amici medievaleggianti, il libro che vi presentiamo oggi è Non c’è #storia. I cliché storici nei media italiani di Marco Brando, pubblicazione del 2026 a cura di Salerno Editrice.
In breve
Brando rivede e amplia un tema già trattato nel suo Media@evo. L’età di Mezzo nei media italiani, ovvero quello degli stereotipi sul Medioevo che si possono trovare sulla stampa nazionale. In questa nuova pubblicazione individua altre due vittime della stessa propaganda negativa: la Preistoria e il Far West ed è l’introduzione di questi due nuovi protagonisti che rende il libro di Brando estremamente interessante.
Non c’è #storia: di cosa parla il libro
Il libro è un’analisi lucida e senza sconti, com’è giusto che sia, dell’uso di stereotipi nei media italiani, ma in questa occasione l’autore fa un passo in più. Sarebbe stato facile sciorinare una sequela di titoli strillati e accontentarsi di un lamento generale a proposito della comunicazione storica contemporanea, difficile è invece partire da un esempio concreto come questo e ampliare il campo di ricerca.
Brando ha fatto una scelta vincente: creare una cornice multidisciplinare e all’interno di questa contestualizzare la sua analisi. Il primo capitolo del suo lavoro è interamente dedicato alla percezione di come si comunica la storia e all’analisi degli stereotipi. Questa scelta l’ho apprezzata in modo particolare, perché per capire cosa ci circonda e come viene comunicato sono necessari diversi punti di vista.
Non c’è #storia si inserisce in quel filone (benedetto!) che analizza la contemporaneità e il modo in cui questa legge il passato, lo strumentalizza, lo usa e lo riusa. Brando, come dicevo all’inizio, fa un passo in più: approfondisce il fenomeno non ponendo sotto i riflettori solo il Medioevo ma anche altro. Questa è la cosa che più ho apprezzato del libro: Medioevo, Preistoria, Far West sono tutti vittime di semplificazioni e pregiudizi e il modo in cui li rappresentiamo racconta più di noi che di loro.
Di seguito un piccolo assaggio del libro, che sono sicura vi spingerà a leggerlo.
Il fascino irresistibile degli stereotipi
Per capire perché siamo tutti vittima degli stereotipi, dobbiamo capire in primis cosa sono e in che modo ci influenzano. Essi ci permettono di farci un’idea semplificata di ciò che ci circonda e questo implica non dover fare lo sforzo di utilizzare il pensiero critico per leggere ciò che ci circonda. E’ più facile, è più comodo e soprattutto è condiviso, fa parte del sapere popolare/culturale nel quale siamo immersi.
E se gli stereotipi ci rendono la vita più facile, perché dovremmo smettere di usarli? Perché dovremmo fare uno sforzo in più? Per amore della realtà mi verrebbe da dire.
E attenzione agli stereotipi colti che possono trarci in inganno, per citare l’autore: “gli stereotipi “colti” sono particolari: nascono all’interno del mondo scientifico per poi diffondersi all’esterno e sopravvivere anche dopo la smentita o il superamento. La loro esistenza non testimonia una regressione culturale, semmai mostra l’effetto paradossale della capillare diffusione della scienza, quando viene assorbita superficialmente.”
La Preistoria senza storia
Possiamo dire quasi con assoluta certezza che questo è il secondo stereotipo negativo a cui siamo più abituati: l’associazione Preistoria-regressione. Quante volte abbiamo sentito dire o ci è capitato di dire “siamo/non siamo nella Preistoria”? Se ci soffermiamo a pensare, scopriremo che anche noi l’abbiamo usato molte volte, in questa forma o nominando ere a caso come ad esempio il Paleolitico.
Abbiamo un’idea, e questo non è dovuto solo ai media ma anche ai vecchi manuali scolastici, che la Preistoria sia un periodo piuttosto noioso, in cui siamo passati da scimmie ad ominidi senza aver capito bene il come. Somigliavamo più a bestie che agli esseri umani che siamo oggi, cacciavamo in branco grugnendo e poi nel corso dei millenni ci siamo evoluti. Tendenzialmente queste sono le nozioni legate alle nostre origini.
Un’idea semplificata e banalizzata che non tiene conto delle infinite sfumature che la nostra evoluzione ha comportato. Riusciremo a concepire la Preistoria come un periodo dinamico e non statico? Riusciremo a comprendere come si è creato questo stereotipo per ridurlo a un ruolo marginale? Mi auguro di sì.
Medioevo: usi, abusi e riusi
Questo è lo stereotipo che conosciamo meglio per ovvi motivi. Ne abbiamo parlato a iosa così come l’autore nel libro citato a inizio articolo.
Il Medioevo è vittima di stereotipi per tantissimi motivi, a cominciare dal nome che identifica questo periodo storico: Età di Mezzo, un’età che separa la classicità dalla rinascita umanistica. Un contenitore per tutti gli usi perché, nei suoi mille anni, è successo di tutto, dal crollo dell’Impero romano d’Occidente alle crociate, dalla caduta di Costantinopoli ai templari, dal feudalesimo all’Inquisizione, dalla Chiesa agli eroi nazionali.
Il Medioevo ne ha davvero per tutti i gusti e per assurdo proprio questi stereotipi lo hanno reso così famoso e così fertile, basti pensare a tutti i prodotti di intrattenimento che sono ambientati in questo periodo storico.
Per fortuna, però, anche se lentamente l’aria sta cambiando, soprattutto per quanto riguarda i manuali scolastici e la divulgazione online. Invece, per la “stampa” credo ci vorrà più tempo, l’associazione Medioevo-periodo oscuro è troppo comoda per i giornalisti.
Far West, un mito Made in Italy
Il vecchio caro Far West che nel nostro immaginario è composto da razzie, inseguimenti, duelli, cowboy dal grilletto facile e tanta polvere che si solleva. Se letteralmente si traduce il “Lontano Occidente/Ovest” nel contesto italiano ha assunto un significato diverso come ci spiega l’autore: “quelle parole hanno assunto un significato diverso: vengono attribuite a un luogo e a un contesto dove non ci sono regole. Nei mass media italiani questa metafora è ampiamente utilizzata in particolare nella cronaca nera.”
Quando regna il caos, percepito o reale, si riconduce tutto al “selvaggio” West, un luogo e un tempo che immaginiamo distante da noi e che associamo alla brutalità. Anche questa, ovviamente, è una semplificazione di interazioni, culture e storia che non appartenendoci ci sentiamo in diritto di strumentalizzare.
Anche in questo caso vi pongo una domanda: quante volte abbiamo usato questa locuzione per indicare un evento o una situazione caotica? Forse meno della Preistoria e del Medioevo, ma comunque molte.
Perché leggerlo
Non c’è #storia. I cliché storici nei media italiani va letto assolutamente. Non tanto per la trattazione degli stereotipi legati al Medioevo, quanto per l’intera analisi che l’autore compie.
In maniera sintetica ma mai banale, Brando fornisce gli strumenti di base e il contesto per capire come la comunicazione adottata dai media (intesi nel senso globale come stampa, social network, etc.) e dalle persone influenzino il nostro modo di vedere e percepire un dato elemento.
La scelta di non fermarsi al Medioevo ma di includere anche altri elementi di analisi è essenziale per comprendere la nostra realtà. Come dicevo in apertura, l’autore ci riporta un approfondimento lucido, preciso e senza retorica per aiutarci a riflettere. Cosa quanto mai necessaria in questo momento storico in cui siamo pieni di scorciatoie, come le varie AI, che utilizzate in modo scorretto intorpidiscono le nostre capacità critiche.
Una lettura davvero interessante che consiglio a tutti, addetti ai lavori e non.
Alla prossima!
Martina Corona
Dello stesso autore:
SHARE THIS STORY ANYWHERE
Join the community
Iscriviti alla nostra community ed entra a far parte dei medievaleggianti.
social media
Seguici sui social per rimanere aggiornato su storia, curiosità ed eventi!

