Chi si troverà a leggere questo articolo probabilmente non avrà mai pensato che esistesse un collegamento tra il movimento per il voto alle donne, sia britannico che statunitense, con il Medioevo e fino a poco tempo fa ne ero all’oscuro anche io! 

Ovviamente, una volta venuta a conoscenza di questo fatto mi sono documentata per saperne di più, soprattutto perché questo è un pezzo di storia del femminismo che in Italia quasi non si conosce. Quindi vi porto a scoprirlo con me.

Iniziamo col dire che il termine “suffragetta”, ancora oggi usato, è un dispregiativo e che il termine più corretto è suffragista, come mi vedrete usare in questo articolo.

Tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento in tutto il mondo si assiste alla richiesta delle donne di accedere a diritti, spesso loro negati banalmente perché di sesso femminile, come la possibilità di votare.

La richiesta di voto non viene avanzata solo attraverso manifestazioni di protesta, sit-in, scioperi della fame ma anche attraverso pamphlet, manifesti e la creazione di basi intellettuali mirate a dimostrare come il “sesso debole” abbia diritto di voto tanto quanto l’uomo. E proprio nella creazione di queste basi il Medioevo divenne uno dei protagonisti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

L’Inghilterra vittoriana amava molto il Medioevo, tornato in auge grazie alla pittura dei preraffaelliti, ai grandi romanzieri e agli intellettuali, che vedevano in questo periodo storico l’opposto del capitalismo. Ad esempio, nella raccolta di poesie “England’s Trust and Other Poems” (1841), Lord John Manners celebrava il Medioevo delle comunità e dei costumi, inneggiando soprattutto alla frequenza di vacanze e festività di riposo dal lavoro. 

Insomma, il passato medievale rappresenta l’età dell’oro per i vittoriani schiacciati dalle pressioni economico-sociali: è l’opposto del capitalismo e dell’utilitarismo, pieno di sostanza spirituale e connessione umana. Ed è da questa idilliaca visione del Medioevo che il movimento per il suffragio femminile parte. 

Pur condividendo lo stesso obiettivo di una società più giusta, più equa e la preoccupazione per le condizioni di lavoro, in particolare per le donne, le militanti guardano al Medioevo non come a un passato che non tornerà più, lontano e per questo idilliaco, ma vi cercano un collegamento col presente: le donne medievali e le donne moderne non erano diverse, ma essenzialmente simili. 

Questa somiglianza nel tempo si basa sul riconoscimento di modelli ricorrenti percepiti tra le pieghe della storia che uniscono passato e presente. Così facendo il movimento ha rivelato la continuità di molti modelli di comportamento individuali e collettivi che costituiscono la storia delle donne, anche adattando il Medioevo per convalidare la causa del suffragio femminile. 

In particolare, alcune militanti della WSPU (Women’s Social and Political Union) una delle principali organizzazioni militanti per il suffragio femminile nel Regno Unito attiva dal 1903 al 1917, constatano che le donne di epoche precedenti erano più libere di agire nella società e che le donne moderne hanno le stesse capacità di quelle del passato. 

Quello che è cambiato è la costruzione del potere maschile che consente o limita l’azione delle donne come membri pienamente funzionali della società, passata o futura. 

Le militanti, sottolineo che erano donne di una certa istruzione, iniziarono così a recuperare documentazione storica al fine di ricostruire le vite e le azioni di potenti omologhe del passato diffondendo le loro storie.

Grande spazio veniva dato al Medioevo, anche perché è un periodo che dura per più di mille anni, così viene alla luce la vita di Matilde di Canossa descritta come una combattente ed elogiata per la sua determinazione, molto simile a quella delle suffragiste. 

Un altro aspetto che voglio mettere in luce è la profonda devozione che le militanti avevano nei confronti della causa, la loro retorica era intrisa di martirio e sofferenza tanto che diverse aderenti sacrificarono la propria salute e qualcuna anche la vita, come vedremo più avanti. In particolare, i pamphlet della WSPU riportano molti esempi di donne cristiane sante, medievali e non, uccise per la loro dedizione. 

Una figura di santa medievale spicca su tutte (forse avete già capito di chi si tratta) nella narrazione delle suffragiste: Giovanna d’Arco. La Pulzella d’Orléans, infatti, diventa il simbolo della lotta per il voto femminile. 

Sebbene la santa francese non si fosse mai espressa in favore del voto alle donne questo non frenò le militanti dall’usare la sua memoria, tant’è che l’attivista Christabel Pankhurst la descrisse come “l’ideale della donna militante”. 

E da quel punto di vista è comprensibile che Giovanna fosse la loro rappresentante: una giovane donna di umili origini, senza addestramento militare o conoscenze, guidò l’assedio di Orléans nel 1429 e contribuì a garantire l’incoronazione di Carlo VII a Reims, per poi essere catturata e sottoposta a un processo più politico che religioso. Un simbolismo pressoché perfetto.

La Women’s Coronation Procession organizzata dalla WSPU, avvenuta poco prima dell’ascesa formale al trono di re Giorgio V nel 1911, fu una delle più grandi marce per il suffragio: radunò circa 40.000 donne provenienti da quasi trenta diverse organizzazioni per il voto in tutto l’Impero britannico. Fu guidata da Marjorie Annan Bryce, vestita come Giovanna d’Arco. 

La WSPU sperava che la processione avrebbe ottenuto l’approvazione del re e galvanizzato il sostegno per una proposta di legge allora in discussione al Parlamento, che avrebbe concesso un suffragio limitato a un piccolo numero di donne ricche e proprietarie. Purtroppo la marcia non sortì alcun effetto ma le suffragiste non si lasciarono scoraggiare.

Un paio di anni dopo, nel giugno 1913, una militante della WSUP, Emily Wilding Davison interruppe l’Epsom Derby, gara di cavalli, andando a intralciare il passo del cavallo del re per attaccare una bandiera delle suffragiste a una delle briglie. 

Fantino, cavallo e attivista rimasero tutti gravemente feriti e dopo pochi giorni la Davison morì. La sua morte attirò l’attenzione della stampa internazionale. Fu salutata come una martire da altre suffragiste e migliaia di persone si radunarono per formare una guardia d’onore alla sua bara; addirittura, una di loro, Elsie Howey, cavalcò con un costume da Giovanna d’Arco. 

Emily Wilding Davison era una militante appassionata, una martire per la causa – pensate, nel corso della sua vita fece ben 7 scioperi della fame, fu molte volte forzata a mangiare (vi risparmio i dettagli ma sappiate che era una pratica atroce) – ma era anche una studiosa. Aveva frequentato a Oxford un corso di laurea in letteratura inglese, senza però poter prendere una laurea perché donna, e si era specializzata sul Medioevo. Questo periodo storico rappresentava per lei un’epoca popolata da donne potenti, un’epoca capace di mettere in discussione il presente misogino.

Il suo mondo medievale è ricco di diversità, uomini e donne sono alla pari, gente proveniente da paesi e culture diverse convive pacificamente. Davison aveva due figure di riferimento, due eroine: Giovanna d’Arco, ovviamente, ed Emilia, la protagonista del “racconto del cavaliere” contenuto ne I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, che era un’amazzone. Entrambe le donne leggendarie erano molto care alle suffragiste.  

So che questo articolo è molto lungo e denso di contenuti e quindi vi ringrazio di averlo letto fino in fondo, ma l’argomento è molto complesso e degno di essere trattato il più esaustivamente possibile. Mi piace pensare che queste donne moderne con le loro proteste siano riuscite anche a scalfire quella che era la lettura monolitica che si faceva del Medioevo all’epoca, ma non ho la certezza che sia stato così. 

Sappiate però che per le suffragiste l’epiteto “Medieval Suffragette” non era un insulto bensì motivo di vanto!

 

Giulia Panzanelli

 

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